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Dal "Corriere della sera"
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alcuni estratti in anteprima da "Down the Highway", la biografia di Dylan opera di Howard Sounes
http://www.corriere.it/edicola/index.jsp?path=CULTURA&doc=APRE


E' uscita per Guanda la biografia di Bob Dylan dal titolo
"BOB DYLAN", di Howard Sounes, imperdibile per tutti i dylaniani.



"Down the Highway", la vita di Bob Dylan - di Howard Sounes
La più annunciata nuova biografia. Nuove informazioni con dichiarazioni di amici, familiari e vicini. Molti aspetti della vita personale ed artistica di Bob Dylan mai rivelati prima. Aggiunge moltissimo alle precedenti biografie.
624 pagine con foto in b/n e a colori (informazioni tratte da "Isis").

Ecco alcuni estratti dal "Corriere della Sera", un'anteprima del primo volume uscito per le Edizioni Guanda.
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Il bambino Bob
di HOWARD SOUNES

Duluth è una città del Nord del Minnesota. È
costruita su una scogliera sulla riva occidentale del
Lago Superiore e vive del commercio di minerale di
ferro. Qui nacque Robert Allen Zimmerman, in arte Bob
Dylan, nel maggio del 1941. In un articolo del 1998
Elvis Costello scrisse: «... che cosa ci fa Robert
Zimmerman a Duluth? Già questa è una storia: la sua
famiglia dev’essere arrivata lì provenendo da qualche
altra parte. Già questo spiega la storia della musica
folk».
Il padre di Bob, Abe Zimmerman, era figlio di Zigman e
Anna Zimmerman, immigrati ebrei dell’Europa dell’Est.
La madre, Beatrice Stone, detta Beatty, con l’accento
sull’ultima sillaba, veniva da una nota famiglia ebrea
di Hibbing, una città della Iron Range.
Nel 1941 Abe era stato promosso a un ruolo
dirigenziale alla Standard Oil; così lui e Beatty
avevano abbastanza soldi da permettersi un
appartamento. Beatty era incinta quando si
trasferirono al 519 North della 3rd Avenue East, una
casetta bifamiliare di assicelle con un tetto
spiovente e una veranda in cima a una collina che
sovrastava Duluth. Avevano affittato l’appartamento
con due camere da letto al secondo piano. Alle nove e
cinque della sera del 24 maggio 1941, Beatty diede
alla luce un figlio maschio, nel vicino St. Mary’s
Hospital. Pesava tre chili e duecento grammi. Quattro
giorni dopo, quando il bambino venne registrato e
circonciso, gli fu dato il nome. In effetti ne
ricevette due. In ebraico si chiamava Shabtai Zisel
ben Avraham. Al secolo sarebbe stato Robert Allen
Zimmerman. Robert era all’epoca il nome più diffuso
tra i ragazzi. Quasi subito venne chiamato Bob o
Bobby. Sua madre diceva che era così bello che sarebbe
potuto essere una bambina.
Il quartiere di Central Hillside a Duluth era in
prevalenza abitato da ebrei e polacchi. C’erano una
sinagoga in fondo alla strada, un general store, un
fornaio europeo, il negozio di liquori Loiselle e un
Sears Roebuck ai piedi della collina. Il tempo
dipendeva dal Lago Superiore, così ampio e profondo da
rimanere freddissimo per tutto l’anno. Anche nel bel
mezzo dell’estate Duluth poteva essere avvolta da una
nebbia fredda. C’era il fresco odore dell’oceano e si
sentivano stridere i gabbiani. Quando le navi si
avvicinavano all’inconfondibile Ariel Bridge suonavano
la sirena e dal ponte rispondeva loro un’altra sirena.
Sono questi i paesaggi e i suoni che accompagnarono
l’infanzia di Bob, mentre la Seconda guerra mondiale
si avviava, violenta, al termine. Nel 1946, un anno
dopo la fine della guerra, Bob si iscrisse alle scuole
elementari di Nettleton, a due isolati da casa. Lo
stesso anno debuttò come cantante a una festa in
famiglia. I bambini erano incoraggiati a esibirsi per
intrattenere gli adulti. Quando venne il suo turno,
Bob, che aveva cinque anni, si mise a battere il piede
per terra per richiamare l’attenzione. «Se faranno
tutti silenzio - disse -, canterò una canzone per la
mia nonna. Canto Some Sunday Morning ». Ebbe un tale
successo che il pubblico chiese un bis. Bob li
accontentò con Accentuate the Positive . Erano canzoni
che andavano di moda alla radio, all’epoca. «Non la
smettevano di telefonarmi per congratularsi con me»,
ha raccontato Beatty, orgogliosa.
Poco tempo dopo, Bob ebbe una seconda opportunità di
esibirsi, al matrimonio della sorella di Beatty,
Irene. I parenti volevano che Bob cantasse ancora, ma
il ragazzo era riluttante. Uno zio gli offrì dei
soldi, ma solo Abe riuscì a persuaderlo. Di nuovo
introdusse la canzone dicendo ai parenti su di giri:
«Canterò se c’è silenzio». Fu un grande successo anche
la seconda volta. Tutti applaudivano ed esultavano, e
uno degli zii di Bob gli mise in mano dei soldi. Con
un istintivo senso dello spettacolo, Bob si girò verso
sua madre e disse: «Mamma, restituisco i soldi». Fece
impazzire i presenti. «La gente rideva di gioia
nell’ascoltarlo. Direi che era un bambino amabile, un
bambino molto insolito - ricordava Abe -. Credo
fossimo noi gli ultimi a immaginare che sarebbe
diventato famoso prima o poi... Quando aveva cantato
Accentuate the Positive nel modo in cui i bambini
della sua età cantavano Mary Had a Little Lamb
dicevano che era bravissimo». Ed era incredibile (ad
ammetterlo è la stessa Beatty) quanto poco suo figlio
fosse viziato, nonostante tutte le attenzioni.

Il primo bacio a ritmo di boogie

Il suo primo gruppo a Hibbing iniziò come una specie
di gioco con dei ragazzi che conosceva sin da quando
era bambino. Come i genitori di Bob avevano
incoraggiato i loro figli a suonare strumenti
musicali, così avevano fatto anche altri genitori.
Con il crescere della loro passione per la musica Bob
e John Bucklen passavano sempre più tempo in un
negozio di musica nella 1st Avenue, gestito da un uomo
di origine finlandese di nome Hautala, che - così
sembrava ai ragazzi - aveva sempre in bocca gli ultimi
cinque centimetri di un sigaro. Hautala, in un inglese
stentato, mostrava con pazienza ai ragazzi i cataloghi
di chitarre che poteva ordinare. Bob, che aveva da
poco usato i suoi risparmi per comprare una chitarra
elettrica da quattro soldi al Sears Roebuck, tenendola
nascosta ai suoi genitori finché non avesse finito di
pagarla, si innamorò di una Supro elettrica solid-body
con una sfumatura dorata. (...)
Echo Star Helstrom, la prima ragazza importante di
Bob, era un'adolescente di Hibbing poco inserita. Era
la figlia più piccola di Matt e Martha Helstrom, i cui
genitori venivano dalla Finlandia. In città li
chiamavano i «finlandiani». Echo Star aveva ricevuto
questo nome poetico perché era nata molti anni dopo
l'ultimo dei suoi fratelli - «mia madre diceva che ero
come una piccola eco» - e perché il ghiaccio aveva
fatto un disegno a forma di stella sulla finestra
dell'ospedale il giorno della sua nascita. Era una
ragazza con capelli biondo platino, molto bella, ed
era un'esclusa fin da piccola anche perché gli
Helstrom vivevano in mezzo ai boschi. Erano solo a
cinque chilometri dalla città, una piacevole
passeggiata, d'estate; ma abbastanza distanti perché
Echo si considerasse una campagnola e ritenesse le
ragazze di Hibbing «gente di città». Si dava un look
da ribelle e portava giacca di pelle e jeans, in un
periodo in cui molte ragazze indossavano gonnelline di
feltro con i barboncini ricamati sopra. Come dice
l'amico di Bob, Luke Davich: «Era il suo aspetto a
essere davvero selvaggio». Echo aveva forse un aspetto
selvaggio, ma era una persona piena di calore umano,
sensibile e allegra, che non condivideva l'entusiasmo
generale per Gioventù bruciata perché lo trovava
«deprimente» e non c'era bisogno di vivere «con tanta
rabbia».
Nel fine settimana Echo faceva un giro in città
insieme alla sua amica Dee Dee Lockhart. Una sera che
nevicava, nel 1957, mentre Echo e Dee Dee
attraversavano Howard Street dirette all'L&B Cafe,
videro Bob all'angolo della strada che suonava la
chitarra e cantava. Echo pensava che Bob, con il quale
ricordava vagamente di aver parlato una volta, fosse
«un tipo strano». Non aveva l'aria di chi suona per
soldi visto che non aveva una ciotola per gli
spiccioli e nessuno si fermava ad ascoltarlo. Suonava
per il puro piacere di farlo e cantava da solo sotto
la neve. A lei parve una cosa assolutamente bizzarra.
Le ragazze si sedettero in un séparé ed Echo ordinò
uno dei suoi drink speciali alla Coca-Cola: un misto
di cioccolato e arancia o cioccolato e ciliegia «tanto
per cambiare».
Benché Echo ritenesse Bob un tipo strano, si misero a
chiacchierare e venne fuori che lei era un'altra
appassionata del programma radiofonico No-Name Jive e
che amava il blues. A volte ascoltava la radio tutta
la notte, soprattutto d'estate quando il segnale era
più forte e la ricezione migliore. Il fatto che a Echo
piacesse il blues la avvicinò subito ai ragazzi. «I
miei amici non capivano quanto amassimo quel tipo di
musica», racconta lei. Quella sera Bob voleva suonare
il piano, perciò andarono lì accanto, al Moose Lodge.
Echo forzò la serratura con il suo temperino e Bob le
suonò il boogie-woogie. «Era bravo!», dice Echo.
«Sapeva suonare il piano come un vecchio bluesman». Si
scambiarono i numeri di telefono e si misero d'accordo
per vedersi il giorno dopo. Bob voleva che andasse a
casa sua a sentire i suoi dischi.
Per un mese Echo, Bob e John Bucklen passarono il
tempo insieme. Echo era abituata ad aver degli amici
maschi e parlava di Bob e Bucklen come dei suoi amici
«della musica». Ma una sera, mentre erano a casa di
Bucklen e parlavano di film, Bob baciò Echo,
lasciandola di stucco. «Ero completamente sbalordita:
pensavo fossimo solo amici. Non avrei mai immaginato
che fosse interessato a me come ragazza». John Bucklen
fu costretto ad andarsene e loro due passarono il
resto della serata a pomiciare.

Zimmerman diventa Bob Dylan

Più la musica diventava una cosa seria per Bob, più
divenne chiaro che gli serviva un nome d'arte. Molti
dei cantanti che gli piacevano si erano scelti un nome
orecchiabile, e Zimmerman non lo era di certo. Ci sono
un sacco di versioni su come Bobby Zimmerman sia
diventato Bob Dylan, e lui ha rilasciato dichiarazioni
contraddittorie, nessuna delle quali collima con la
versione che ricordano i suoi amici. La risposta più
chiara che ha dato è questa: voleva chiamarsi Dillion
perché un suo zio portava quel cognome. In realtà non
c'era nessun Dillion nella sua famiglia. Dillion, in
ogni caso, doveva essere un nome che Bob aveva sentito
spesso. James Dillon era stato uno dei primi fondatori
di Hibbing, e una famiglia con quel cognome possedeva
una fattoria in Dillon Road. Uno dei giocatori di
football più famosi del Minnesota si chiamava Bobby
Dillon. In una nota serie televisiva dell'epoca,
Gunsmoke , c'era un personaggio che si chiamava Matt
Dillon. Di qui forse l'idea di quel nome. Bob, però,
scelse di scriverlo in modo diverso.
Nella primavera del 1958, dopo che la neve si era
sciolta e l'erba aveva iniziato a crescere attorno
alla casa di Echo nei boschi, Bob andò da lei con la
sua Ford decappottabile. «Ho trovato il nome», le
disse. «So come mi chiamerò d'ora in poi».
Quando glielo disse, Echo chiese: «D-i-l-l-o-n, come
Matt Dillon?».
«No, no, no: D-y-l-a-n». Bob aveva un libro
sottobraccio e lo mostrò a Echo. Era una raccolta di
poesie di Dylan Thomas.
Dylan Thomas era molto noto in America durante
l'adolescenza di Bob. Il poeta aveva tenuto una serie
di reading che avevano avuto buon successo ed era
morto alcolizzato a New York nel 1953, a trentanove
anni. Il fatto che fosse morto abbastanza giovane e in
quelle circostanze bastò perché Bob lo accogliesse nel
pantheon delle sue divinità tragiche insieme a James
Dean e Hank Williams. Bob, tra l'altro, leggeva e
apprezzava le poesie di Dylan Thomas. In effetti aveva
gusti sorprendentemente raffinati in fatto di
letteratura e aveva letto molto e bene. Questa
attitudine in parte era dovuta a un professore di
letteratura della Hibbing High che aveva trasmesso
l'amore e la capacità di comprendere la materia a
quasi tutti i suoi alunni. Boniface J. Rolfzen, noto
come B. J., era un uomo che amava il suo lavoro.
«Ricordo che mi fece apprezzare Shakespeare», racconta
John Bucklen. «Era un bravo insegnante di letteratura:
lo sentivi che gli piaceva la materia, la conosceva e
l'amava».
Quando dovette scrivere una tesina sul proprio autore
preferito, Bob scelse John Steinbeck e si entusiasmò a
tal punto per Furore da scrivere un saggio di quindici
pagine per il quale ricevette un «ottimo». «John
Steinbeck è grande», diceva con entusiasmo Bob a Echo:
il suo elogio fu tale che lei si sentì spinta a
leggere tutti i libri di Steinbeck che riuscì a
trovare. Echo ricorda che Bob aveva spesso dei libri
sottobraccio e che quei libri erano quasi sempre di
poesia. Beatty diceva che suo figlio scriveva poesie
in continuazione: «Temevo che mi sarebbe diventato
poeta! Ai miei tempi, un poeta era un disoccupato».
Lei e Abe si preoccuparono parecchio per questa
faccenda e la cosa provocò delle tensioni, man mano
che Bob cresceva.
In parte anche a causa dello scioglimento dei Golden
Chords, Bob iniziò a passare più tempo a Duluth e
nelle Twin Cities insieme ai suoi amici e ai cugini,
durante l'ultimo anno di scuola. Echo sospettava che
uscisse con altre ragazze. Lo disse a John Bucklen e
lui rispose che poteva esser vero. Echo sospettava
anche che Bob si vedesse con la sua amica Dee Dee. Bob
cominciava a mostrarsi indifferente nei suoi
confronti. Usciva da solo alla sera, dicendo a Echo di
aspettarlo a casa. Lei si stancò di questo andazzo e
andò lo stesso in città. «Cosa ci fai qui?», le chiese
Bob, quando la vide.
«Sono venuta in città con le mie amiche».
Allora lui la fece salire sulla moto e la riportò a
casa. Lei pensava che avrebbero passato la serata
insieme. «Invece mi ha lasciato lì!», esclama,
disgustata. «E ovviamente, una volta tornata a casa, i
miei genitori non mi avrebbero più fatta uscire. È
stato l'inizio della fine».
Echo affrontò Bob nel corridoio della Hibbing High e
gli restituì il braccialetto. «Cosa fai?», le chiese
con gli occhi azzurri spalancati per la sorpresa. «Non
fare così, qui nel corridoio». Ma Echo aveva deciso
che tra loro era finita.

I dischi rubati ispirano Bob

Jon Pankake era uno studente universitario affascinato
dalla musica folk americana. Nel 1959 era stato a un
concerto di Pete Seeger nello Iowa: questa esperienza
l'aveva spinto a ricercare i dischi dei Weavers, il
gruppo che aveva contribuito a rendere famose le
canzoni di Woody Guthrie. Jon, insieme all'amico Paul
Nelson, trovò anche alcune copie rarissime dell'
Anthology of American Folk Music , una straordinaria
raccolta in sei dischi curata da Harry Smith.
Entusiasmati e incuriositi dalle canzoni d'amore,
dalle ballate sugli assassinii e dalla musica
religiosa dell'antologia, i due amici fondarono una
fanzine che circolava ciclostilata e che chiamarono
«Little Sandy Review».
L'appartamento di Pankake al 1401 della 6th SE divenne
uno dei luoghi di ritrovo di Dinkytown. Bob ci andava
regolarmente e suonava insieme a Pankake. «Suonavo il
banjo e la cosa lo incuriosiva molto» ricorda
quest'ultimo. Una volta Pankake stette fuori città per
un paio di settimane ma non chiuse l'appartamento:
allora Bob vi entrò e senza permesso portò via una
ventina di dischi. Tra questi c'era un raro cofanetto
di Ramblin' Jack Elliott, amico e compagno di
vagabondaggi di Woody Guthrie. Secondo Jon Pankake,
Bob potrebbe aver portato via da casa sua anche l'
Anthology of American Folk Music . «Non lo escluderei,
visto che non giravano così tante copie dell'
Anthology a Minneapolis». Se fu lui a prenderla - ma
Pankake non ne è certo - Bob ebbe per la prima volta
l'occasione di ascoltare incisioni che avrebbero poi
influenzato la sua carriera di musicista. Citazioni
dalle canzoni contenute in questa notevole collezione
sono sparse in tutta la sua opera; negli anni Novanta,
poi, Bob avrebbe scandagliato sistematicamente l'
Anthology e inciso due album acustici - Good as I Been
to You e World Gone Wrong - che riprendono tre canzoni
dell' Anthology . Il suo disco del 1997, Time Out of
Mind , era disseminato di citazioni tratte dall'
Anthology .
Queste canzoni sembravano arrivare da un mondo
perduto, forse dall'epoca della guerra civile. In
effetti però, diversi musicisti presenti nell'
Anthology erano ancora vivi e sarebbero stati
riscoperti con l'avanzata del folk revival. Molte
canzoni erano «Child Ballads» originarie della Gran
Bretagna e tramandate per generazioni. Contenevano
termini arcaici e immagini bizzarre che sembravano
fuori del tempo e dello spazio. Il cuculo, nel
tradizionale folk degli Appalachi The Coo Coo Bird , è
un uccello che non è originario degli Stati Uniti.
Nonostante queste stranezze, le canzoni parlavano
della quotidianità e i testi si potevano capire senza
difficoltà. Molti brani parlavano di amori finiti
male. In Sugar Baby il cantante montanaro «Dock» Boggs
aveva la voce di uno che sta sprofondando all'inferno,
mentre grugniva chiedendosi che fare di suo figlio ora
che la sua «dolce bambina» se n'era andata. Forse la
sua dolce bambina l'aveva lasciato; o forse era stato
lui a ucciderla. E sembrava che Dock stesse pensando
se far fare la stessa fine anche a suo figlio. Altre
canzoni parlavano di eventi catastrofici: incidenti
ferroviari, tragedie minerarie, l'affondamento del
Titanic. Alcune testimoniavano i mutamenti del tessuto
sociale americano. Peg and Awl raccontava la fine
della produzione delle scarpe fatte a mano dopo la
nascita della grande industria calzaturiera. La
Anthology di Smith è una delle raccolte più importanti
della musica americana, una testimonianza di storia
sociale e, oltretutto, un'opera poetica. «Era un
tesoro di musica folk, quel disco» ha dichiarato Bob.
«...è poesia, ognuna di quelle canzoni». Il linguaggio
era diverso da quello delle canzoni di successo. Era
originale e fantasioso, con frasi e immagini prese
dalla Bibbia oppure suggerite dall'esperienza diretta,
e carico dello spirito folklorico di terre quasi
sconosciute.
Al ritorno, Jon Pankake scoprì il furto perpetrato ai
danni della sua collezione. «A quell'epoca spesso si
lasciava la porta aperta» spiega lui. «Non avevo mai
perso niente e non ero mai stato vittima di un
crimine. Era la prima volta». Ben presto capì che era
stato Bob a prendere i dischi. A notte fonda,
accompagnato da due amici, lo affrontò. «Negava tutto»
racconta Pankake. «L'ho messo con le spalle al muro e
gli ho detto che sapevo con certezza che era stato
lui». Pankake gli sferrò un pugno e Bob confessò. Gli
restituì all'istante alcuni dei dischi e gli disse che
gli avrebbe riportato gli altri il mattino seguente.
Ripensando a questo squallido incidente, Pankake non
crede che Bob abbia rubato i dischi per rivenderli,
anche se valevano circa un centinaio di dollari. Bob,
probabilmente, non lo considerava neanche un furto. Lo
stesso Pankake riconosce che Bob era «assetato di
musica»: semplicemente, aveva saltato la formalità di
chiedere il permesso. Non sarebbe stata l'ultima volta
che Bob prendeva qualcosa senza chiedere.

Dylan, sulla strada seguendo Kerouac

Nell' estate del 1960 Bob andò in autostop fino a
Denver, nel Colorado. Era un viaggio di più di
millequattrocento chilometri e fu una delle più grandi
avventure della sua giovinezza, sulle orme del Kerouac
di Sulla strada , il cui protagonista,
l'anticonformista Dean Moriarty, si ferma spesso a
Denver nel corso dei suoi viaggi avanti e indietro per
il paese. Bob conosceva il libro ed era affascinato
dal personaggio di Moriarty. A spingerlo a Denver fu
però, soprattutto, la vivacità dell'ambiente musicale
della città, che contava diversi locali tra cui il
Satire e l'Exodus.
Una conoscente di Bob gli suggerì di presentarsi a
Walt Conley, il cantante che gestiva il Satire e nel
quale si esibiva. Il gruppo di punta di Conley erano
Dick e Tommy Smothers. Gli Smothers Brothers suonavano
musica folk per un pubblico più vasto e meno esperto.
Si presentavano in giacca e cravatta. Come afferma
Conley, appartenevano a quel filone della musica folk
che «cercava di darsi una ripulita». Bob, invece,
apparteneva a quel filone del folk che si rotolava
nella polvere. Bob suonava ballate hillbilly e si
vestiva con abiti logori di cotone e jeans: sembrava
un personaggio uscito da Furore e non profumava
esattamente di lavanda, visto che non era
scrupolosissimo in fatto di igiene. Comunque, Conley
gli lasciò fare una breve apparizione prima degli
Smothers Brothers.
Walt Conley viveva in una casetta di legno con tre
stanze, sulla via del suo club, e la divideva con i
musicisti che passavano in città. Quando arrivò Bob,
Dick Smothers e sua moglie dormivano nella stanza
degli ospiti e Tommy Smothers si era sistemato sul
divano. «Bob non sapeva dove dormire» ricorda Conley.
«Mi chiese se poteva sdraiarsi per terra e io gli
dissi di sì. Credo che sia rimasto lì per una notte e
poi abbia cominciato a girare per la città in cerca di
un posto dove stare». All'Exodus Bob conobbe Jesse
Fuller, l'autore di San Francisco Bay Blues , che
allora aveva sessantaquattro anni. Fuller era stato
uno dei primi modelli per Bob: era entrato nella sua
vita dopo Odetta e prima della travolgente, quasi
religiosa scoperta di Woody Guthrie. Fuller si esibiva
nel seminterrato dell'Exodus. Era uno one man band :
suonava contemporaneamente la chitarra, l'armonica, la
grancassa e cantava il blues. Purtroppo per Fuller, il
blues non era molto apprezzato dal grande pubblico
bianco all'epoca e gli affari non gli andavano bene.
«Se penso a quello che è il blues oggi!» dice Conley.
«Ma allora non interessava. E non interessava a
nessuno neanche Bob Dylan».
Gli Smothers Brothers fecero chiaramente capire che
Bob, trasandato finto vagabondo, non andava loro a
geni e ben presto lui perse il lavoro al Satire. «Bob
iniziò a girare per Denver cercando qualcosa da fare.
Si offrì di suonare nei locali, ma non lo voleva
nessuno», racconta Conley. «Confronta la fama di cui
gode adesso e quello che era allora: lo evitavano
proprio».
Bob non era arrivato da molto in città, quando Conley
ricevette una telefonata da Sophia St. John, che
gestiva un saloon in stile western nella vicina città
di Central City, nata all'epoca della corsa all'oro.
La città cercava di ricreare per i turisti l'atmosfera
del selvaggio West. I visitatori potevano setacciare
l'oro e i saloon e gli hotel sembravano usciti da un
western: pagavano gli attori per barcollare su e giù
per la Main Street con boccali di birra incollati a un
vassoio. Il locale di Sophia St. John si fregiava del
nome Gilded Garter, anche se non era uno strip club
come andrà raccontando in seguito Bob.
«Mi serve un cantante» disse la St. John a Walt. «Ho
una ragazza che si chiama Judy Collins ed è brava».
Judy Collins, che allora aveva ventun anni, era agli
inizi di una carriera che l'avrebbe presto portata a
diventare una delle stelle del folk revival. «Ma se
conosci qualcun altro, mandamelo».
«Ho un tizio che si chiama Bob Dylan» rispose Conley.
«È disoccupato e mi sta tra i piedi, perciò vorrei
mandarlo via».
Il Gilded Garter era un posto tremendo. Era
rumorosissimo e i turisti pensavano più a bere e a
mangiare. Bob cercava di intrattenerli suonando il
piano e cantando ma non ebbe successo; non ci volle
molto perché tornasse a Denver con le pive nel sacco e
si fermasse in un alberguccio vicino all'Exodus.

Dylan, l’altra faccia della passione

Due anni dopo il suo arrivo a New York, nel bel mezzo
di un inverno particolarmente freddo, Bob avrebbe
visto la propria vita cambiare in modo radicale. Qui
fece conoscenze destinate ad avere un peso decisivo
sulla sua carriera e maturò in fretta come artista.
(...)
In parte anche grazie al fatto che erano in pochi a
suonare l’armonica, Bob veniva a volte invitato, da
solo o con Mark, ad accompagnare altri musicisti. Uno
di questi era Fred Neil, un tipo scorbutico che veniva
dalla Florida, con i capelli rossicci e una profonda
voce baritonale. Cosa insolita, Neil era autore delle
canzoni che cantava; in seguito diventerà famoso per
aver composto Everybody’s Talkin’ , tema del film Un
uomo da marciapiede . Neil dava a Bob e Spoelstra un
paio di dollari per accompagnarlo dal vivo. Spoelstra
sostiene che avesse anche l’abitudine di dare qualche
pizzicotto sul sedere ai due ragazzi ogni volta che li
incontrava; ma mentre Spoelstra, infastidito, gli
diceva di piantarla, Bob si metteva a ridere. «Era
disponibile nei confronti di chiunque» ricorda
Spoelstra. «Era molto tollerante nei confronti delle
persone più diverse».
Era un tratto del carattere di Bob. Molti dei suoi più
cari amici erano omosessuali - il più noto è il poeta
Allen Ginsberg - ma lui non aveva mai manifestato
pregiudizi o imbarazzo. Nei primi anni a New York Bob
e Spoelstra, che passavano quasi tutte le sere nei bar
di Downtown e nei locali del Greenwich Village,
conobbero persone di ogni tipo. In un’intervista del
1966, Bob non solo lasciò intendere di aver ricevuto
anche le avance di uomini, ma addirittura dichiarò che
quand’era appena arrivato a New York lui e un amico si
erano dati da fare nei dintorni di Times Square.
«Guadagnavamo centocinquanta o duecentocinquanta
dollari a notte tra tutti e due. Facevamo base nei
bar: ci rimorchiavano uomini e donne». Spoelstra dice
che questa è una delle sue tante invenzioni e nega che
Bob abbia mai avuto tendenze omosessuali: «Ci dovevamo
dar da fare, dovevamo preoccuparci di trovare un posto
per dormire, ma non sono mai stato costretto a
vendermi. Bob non mi ha mai fatto delle avance e io
non l’ho mai visto farne ad altri uomini. In compenso
siamo stati in competizione per una donna. Nessuno dei
due rimase solo molto a lungo in quei sei mesi senza
freni».
In realtà, in quei primi «sei mesi senza freni» a New
York, Bob si affidava spesso al buon cuore delle
donne. All’inizio aveva passato qualche tempo dai
Gleason, gli amici di Guthrie, nel New Jersey. Sid si
preoccupava per le compagnie che Bob frequentava al
Village e gli dava un po’ di soldi e Bob, che come al
solito non parlava molto del suo passato, quasi lasciò
loro credere di essere stato cresciuto da genitori
adottivi; ben presto cominciò a chiamare Sid «mamma» e
lei lo considerava uno della famiglia. Anche se lo
adorava, Sid era solo una delle donne che in un modo o
nell’altro gli diedero una mano. Del resto lui non
rimaneva mai troppo a lungo nello stesso posto e solo
di tanto in tanto approfittò dell’ospitalità altrui,
come fece con i Gleason, per non diventare sgradito.
La sua apparente vulnerabilità faceva sì che gli si
affezionassero. Ma dentro aveva una durezza che gli
permetteva di sopravvivere bene in città. Quando
Bonnie Beecher venne a New York con il suo gruppo
teatrale all’inizio della primavera 1961 e lo cercò
ansiosa, scoprì che Bob stava molto meglio di quel che
si aspettasse. Lui non vedeva l’ora di raccontarle la
sua nuova vita, piena di emozioni. «Una cosa dovevo
fare a ogni costo: tornare e raccontare agli amici che
lui aveva conosciuto davvero Woody Guthrie. Questo
solo gli interessava» ricorda Bonnie. E per
dimostrarglielo, Bob la portò all’ospedale del New
Jersey, dove Bonnie si rese conto di quanto speciale
fosse il legame tra i due. Col crescere del successo
di Dylan, nacquero inevitabilmente delle storie sul
fatto che Guthrie l’avesse in un certo senso scelto
come suo successore.
Una volta, per esempio, sembra che Guthrie avesse
detto: «Pete Seeger è uno che canta canzoni folk, non
un cantante folk. Anche Jack Elliott è uno che canta
canzoni folk. Ma Bobby Dylan è un cantante folk.
Cristo santo, lui è davvero un cantante folk».
L’agente di Guthrie, Harold Leventhal, smentisce
recisamente: «Woody non ha mai detto nulla su quelli
che venivano a trovarlo, anche perché non era più in
condizioni di conversare». La verità è che quegli
incontri furono più significativi per Bob che per
Guthrie, che ormai era molto malato.

Joan Baez: Bob, lo zotico che amai

Joan Baez aveva solo sei mesi più di Bob, ma era già una star in America: i suoi concerti facevano il tutto esaurito. Nonostante apparisse sul palco a piedi nudi come una contadina e cantasse canzoni folk con voce verginale, la Baez era altezzosa, egocentrica e intelligente e nessuno aveva saputo tenerle testa. Il suo primo incontro con Bob avvenne al Gerde' s Folk City, una sera in cui lui suonava con Mark Spoelstra. Casualmente, Mark era stato con la Baez per un breve periodo di tempo nel 1956, in California, quando erano ragazzi: «Joanie, gli uomini se li prendeva e così aveva fatto con me quando avevo sedici anni. Si prendeva tutti quelli che voleva, li controllava. Sua madre una volta mi ha detto: "Non so, ma Joanie gli uomini li mastica e poi li sputa"». Nella sua autobiografia E una voce per cantare, la Baez descrive la pri ma impressione - pessima - che ebbe di Bob, l' uomo di cui si sarebbe innamorata e al quale il suo nome sarebbe rimasto legato per il resto della vita, anche se la loro relazione fu di breve durata. «Sembrava uno zoticone venuto dalla campagna in cit tà, con quei capelli corti intorno alle orecchie e ricci sopra. Mentre si dondolava sui piedi, suonando, sembrava che scomparisse dietro la chitarra. Portava una giacca di pelle sgualcita e di due taglie più piccola. Aveva ancora le guanciotte da bam bino, ma una bocca incredibile: morbida, sensuale, infantile, nervosa e reticente. Pronunciava con grinta le parole delle sue canzoni... Era assurdo, era una cosa mai vista ed era sudicio al di là dell' immaginabile». Nonostante fosse sporco, la Baez decise che lo voleva conoscere meglio e perciò fu un po' più che irritata quando, al loro secondo incontro, di lì a non molto, Bob mostrò più interesse per sua sorella Mimi, che aveva quindici anni. Il padre di Joan e Mimi, Albert, era di origine me ssicana e le ragazze avevano entrambe la carnagione scura e lunghi capelli neri. Mimi era più slanciata della sorella e, probabilmente, un po' più carina. La sera in cui conobbe Bob portava un semplice abito bianco che le stava particolarmente bene. «Trovai Bob affascinante. Non doveva essere lui il centro dell' attenzione quella sera, ma in effetti lo era, perché già allora era una personalità carismatica» racconta Mimi. Bob corteggiò Mimi, anche se stava con Suze, e la invitò a una festa, ma J oan ricordò alla sorellina che si doveva alzare presto la mattina dopo ed era meglio tornare a casa. La grande storia d' amore tra Bob e Joan Baez era ancora di là da venire. E questo valeva anche per la carriera discografica di Bob, che trovò divers e porte chiuse prima di ottenere un contratto. Izzy Young del Folklore Center portò Bob alla Folkways Records, ma il proprietario Moses «Moe» Asch non si mostrò molto interessato a lui. «Lo hanno cacciato via» ricorda Young. «Bob non era vestito in m odo adeguato, dissero, o qualcosa del genere». Lui allora andò all' Elektra, dove non fece una bella impressione al presidente della società Jack Holzman, poi parlò con Manny Solomon della Vanguard Records, la casa discografica della Baez. Solomon se mbrava interessato, ma non firmarono nessun accordo. Bob e Mark Spoelstra fecero una registrazione di prova, come duo, per un' altra casa discografica: Spoelstra cantava canzoni come Sister Kate e Dryland Blues e Bob lo accompagnava all' armonica, ma era demoralizzato quando uscirono dallo studio. «Ho fatto schifo» disse. «Che roba brutta». «Cosa? Sei stato grande!». «No, non ho suonato per niente bene. Non avevo il giusto feeling». E probabilmente aveva ragione, visto che quella session non por tò a niente. Nell' ottobre del 1961, però, i contatti che Bob si era creato e aveva coltivato durante i primi dieci mesi a New York cominciarono a funzionare e John Hammond, un responsabile della Columbia Records, la più grossa casa discografica degl i Stati Uniti, firmò un contratto con Bob. All' epoca, Hammond era forse il discografico più famoso di New York. Nato in una famiglia dell' alta società - suo padre era un banchiere e sua madre una Vanderbilt - aveva frequentato Yale e studiato music a alla Julliard. Aveva scritto per le rubriche musicali dei giornali, era stato impresario teatrale ed era diventato famoso per aver scoperto Billie Holiday e aver lanciato Benny Goodman. Adesso era un distinto gentiluomo sui cinquant' anni, alto e s empre in giacca e cravatta. Stava mettendo sotto contratto con la Columbia artisti del folk revival, ma voleva solo i migliori e perciò si aggirava per il Greenwich Village, ascoltando i musicisti e consultando le persone di cui aveva stima, come Pad dy Clancy. Nella sua stessa famiglia aveva, con suo rammarico, un altro consigliere: il figlio diciottenne John Hammond jr, che aveva intrapreso la carriera di musicista blues. «Non riusciva a digerire il fatto che volessi fare il cantante blues o il musicista, forse perché sapeva che era un mondo pieno di insidie e che si faceva una vita dura» racconta John. Il rapporto tra padre e figlio era difficile, ma quando ne aveva l' occasione, il ragazzo parlava al padre dei musicisti di talento che co nosceva al Village e tra questi c' era anche Bob Dylan.

E in tre minuti Dylan creò il mito «Blowin' in the wind», il successo nato in un caffè

Bob compose Blowin' in the Wind in pochi minuti, in un caffè di fronte al Gaslight Club. Che fosse una canzone un po' particolare l' aveva capito, ma non che lo fosse fino a quel punto. «In fondo era una delle tante canzoni che avevo scritto», dice. La melodia era straordinariamente simile a quella dello spiritual No More Auction Block, ma - lo si è detto - prendere in prestito melodie e persino testi rientrava nella tradizione del folk. È difficile, però, non essere d' accordo con chi trova un po' retorico il testo di Blowin' in the Wind. Molti dei più noti artisti folk di New York non si en tusiasmarono affatto quando sentirono per la prima volta la canzone: tre strofe di frasi interrogative destinate a non trovare altra risposta se non in questo: che la risposta è nel vento; un' idea talmente vaga da non significare nulla. A Pete Seege r la canzone non parve un granché. «Blowin' in the Wind non è una delle canzoni che preferisco», dice. «È un po' troppo facile». Tom Paxton la trovava quasi impossibile da imparare: «Io la odio. È una canzone-lista della spesa, in cui un verso non ha nessun nesso con quello dopo», e Dave Van Ronk pensava, francamente, che fosse una canzone stupida. Comunque, dopo un paio di mesi che Bob suonava Blowin' in the Wind al Gerde' s Folk City, Van Ronk si accorse con sorpresa che i musicisti che si tro vavano nei pressi del Washington Square Park avevano inventato parodie irriverenti del pezzo, tipo: «The answer, my friend, is blowin' out your end (La risposta, amico bello, ti vien fuori dal pisello, ndt)». «Se la canzone è tanto buona da cominciar e a essere parodiata, senza che sia neppure stata incisa», si disse però Van Ronk, «allora è migliore di quanto pensassi». Intanto Roy Silver si era reso conto del fatto che Bob aveva creato qualcosa di straordinario. «Blowin' in the Wind è stata la chiave di volta», afferma. «È stata quella canzone a far scattare qualcosa»; entusiasmo a parte, sentiva anche che Bob gli stava scivolando dalle mani. Da quando aveva scoperto le potenzialità di quel musicista, Grossman si era mostrato sempre più in teressato a lui; lo stesso Bob ormai parlava della sua carriera più spesso con Grossman che con Silver. Non che Bob si fosse dato tanto facilmente a Grossman. All' inizio, anzi, aveva chiesto a Harold Leventhal di fargli da agente, ma pur apprezzando lo per la serietà e la professionalità, e nonostante avesse fatto lui il primo passo, non si decise mai a firmare un accordo. «Lo chiamavo, ma lui non si faceva trovare, e di certo io non avevo intenzione di rincorrerlo». Solo nel giugno del 1962 Sil ver decise di cedere il suo contratto con Bob a Grossman per una modesta somma di denaro e il diritto all' uso di uno spazio nell' ufficio di quest' ultimo a New York. «Sapevo che Albert si sarebbe comportato da bastardo. Lui aveva i soldi che io non avevo», racconta Silver. «Perciò ho venduto il contratto per circa diecimila dollari ed è finita lì. Albert ha preso in mano la cosa». Fu il miglior contratto di tutta la vita di Grossman. Per diecimila dollari e lo spazio per una scrivania si era a ssicurato un cliente che lo avrebbe reso milionario. Albert Grossman è una figura chiave della carriera di Dylan. Alcuni ritengono che senza di lui Bob non avrebbe mai potuto avere tanto successo. «Nonostante i suoi difetti, Albert credeva in Bob, ci credeva sul serio», afferma Van Ronk. «E lo ha sempre sostenuto: il primo disco non aveva venduto e neanche il secondo era andato granché bene, Ma Albert era convinto che Bob sarebbe andato molto lontano e non si è mai arreso». L' uno aveva un talen to sconfinato, l' altro una grande esperienza e un innato senso degli affari. Musicista e agente insieme sortirono, come dice Odetta, «una combinazione potente». E Bob aveva più di un motivo per essere soddisfatto, dato che, anche nei momenti in cui i loro rapporti si fecero più tesi e difficili, dovette riconoscere a malincuore che Grossman aveva sempre lavorato nel suo interesse. Il vero e proprio conflitto nacque solo nel 1981, dodici anni dopo la fine del loro sodalizio, quando Grossman fece causa a Bob per delle royalty mai percepite. Bob, a sua volta, gli fece ben diciotto querele accusandolo di sfruttamento e di raggiro e negando che fosse stato lui a «scoprirlo» visto che aveva già un agente e un contratto discografico prima di cono scerlo. «Non avevo neanche idea di cosa fosse il mondo degli affari», ha ammesso, e Grossman aveva avuto buon gioco approfittando della sua ingenuità. Ma l' amarezza di Bob non nasceva solo dal denaro perso: si sentiva ferito per essere stato tradito da qualcuno di cui si fidava. Anno dopo anno, aveva visto Grossman appropriarsi di più di 7 milioni di dollari; e quando gli chiesero da quanto tempo si conoscevano, Bob ci pensò un po' e disse: «Beh, non credo di aver mai conosciuto davvero quest' uomo, il signor Grossman». In un' altra occasione dichiarò apertamente: «Grossman prima si è guadagnato la mia fiducia e la mia amicizia per poi approfittarne e guadagnarci su».

Bob e Joan, fidanzati in concerto

Quando Joan Baez invitò Bob a seguirla nella sua tournée estiva come guest star , Suze cadde in una crisi profonda. Le circostanze non sono mai state chiarite, ma qualche tempo dopo il festival di Newport, e forse dopo che era venuta a sapere della prossima partenza di Bob per la tournée , Suze cercò di togliersi la vita col gas nell’appartamento della West 4th Street. «Bob mi telefonò per chiedermi di andare là: aveva bisogno di aiuto. Poi lei è venuta a stare da me», ricorda Carla Rotolo, secondo la quale la sorella non intendeva davvero togliersi la vita ma solo richiamare l’attenzione su di sé. Sta di fatto che Suze non tornò a vivere con Bob dopo l’accaduto ma si trasferì definitivamente a casa di Carla nel Lower East Side di Manhattan. «Bob ha lasciato dietro di sé un bel po’ di vittime», dice Carla. «A quell’epoca Bobby era un tipo molto incasinato». Sembra, insomma, che la voglia di Bob di arrivare al successo fosse diventata più importante di ogni altra cosa. È impossibile sapere cosa provasse davvero per ciò che era successo perché non ne parlava, ma Bob non era un insensibile e sicuramente dev’essere rimasto sconvolto. Certo non rinunciò alla tournée .
Oltre alla sofferenza che provocava a Suze, la relazione tra Dylan e la Baez non piaceva a quelli della comunità del folk, che la vedevano soprattutto come una mossa strategica. Sembrava che i due si usassero l’un l’altro per dare una spinta alle rispettive carriere: alla Baez faceva gioco presentare al pubblico un nuovo grande talento, e per Bob era un’occasione per stare sotto i riflettori. A confermarlo è Oscar Brand: «Lui aveva una tale bramosia di successo che forse ha fatto parecchie cose... a mio avviso spaventose... e sono convinto che stesse con Joan perché lei cantava le sue canzoni». Non molto diverso era il parere dell’ambiente del folk quando iniziò la tournée nel New Jersey, il 3 agosto 1963. Arrivati a Lenox, nel Massachusetts, a distanza di soltanto un mese dall’inizio della tournée i due recitavano già le parti di copione più o meno fisso: lei cantava Blowin’ in the Wind , poi chiedeva con nonchalance al pubblico: «Volete conoscere l’autore di questa canzone?». La gente gridava di sì e allora appariva Bob accompagnato da uno scroscio di applausi a scena aperta. Albert Grossman era riuscito a ottenere, per ogni apparizione di Dylan, un cachet persino più alto di quello della Baez, che d’altra parte aveva sempre esibito il più completo disinteresse per le questioni finanziarie. «Non appena si iniziava a discutere di soldi, lei staccava la spina», ricorda Nancy Carlen, amica e produttrice dei suoi dischi. «Era una donna di spettacolo che non era mai andata a caccia di successo. Il successo le è piovuto addosso, e ne parlava come chi non aveva dovuto fare alcuna fatica per conquistarselo». Per quanto i concerti potessero essere studiati a tavolino e nonostante la generale impressione che lei e Bob si stessero usando reciprocamente, c’era qualcuno che, come Eve Baer, trovava la loro coppia affiatata e piena di fascino. Eve era al concerto di Lenox e si innamorò subito di quel tipo dall’aria «modesta e timida».
Alcuni concerti si tenevano in grandi spazi, come lo stadio del tennis di Forest Hills nel Queens, a New York. Lì la Baez presentò Bob a un pubblico di quasi quindicimila persone, più o meno come l’intera popolazione di Hibbing. «C’è un ragazzo che si aggira per New York e si chiama Bob Dylan», disse la cantante. «E guarda caso Bob Dylan è qui con me stasera». Per la Baez era gratificante presentare al mondo un genio e i suoi amici e familiari pensavano che lei avesse giocato un ruolo importante nella carriera di Bob, lasciando così intendere che lui non le era mai stato abbastanza riconoscente. Di fatto non lo fu per niente.
«Per quanto si tenda a sottovalutare l’importanza che ebbero i concerti con Joan», sostiene la sorella Mimi, «Joan ce la mise tutta per lanciare Bob». E forse Bob era irritato per la condiscendenza con cui talvolta lei lo trattava. Nella sua autobiografia, la Baez scrive infatti, con una certa aria di superiorità, di «aver trascinato» il suo «piccolo vagabondo fin sul palco», come chi si accinge a un «grande esperimento». Era cosciente, in quel momento, di fare un favore a un collega, ma è innegabile che fosse anche affascinata dall’energia, dal senso dello humour e dall’intelligenza di Bob.
L’aiuto della Baez fu solo in parte determinante per il successo di Bob, che già nell’estate del 1963 cominciava a camminare con le sue gambe. L’album The Freewheelin’ Bob Dylan aveva venduto diecimila copie alla settimana e parecchi artisti volevano eseguire e incidere cover delle sue canzoni. Alcuni erano anche molto bravi, ma quando Hamilton Camp gli fece sentire la sua versione di Girl from the North Country , Bob si mise le mani sulle orecchie.

Bob, uno spinello insieme ai Beatles Dylan incontra il gruppo in tour negli Usa

Nelle nuove canzoni di Bob qualcuno trovò che ci fosse una punta di autocompiacimento, anche se la prima esecuzione di Mr. Tambourine Man venne accolta a Newport da scroscianti applausi. Dopo il festival, il direttore di Sing Out! pubblicò una lettera aperta in cui rimproverava a Bob il carattere introspettivo delle sue nuove canzoni e lo accusava di aver ceduto alle lusinghe del divismo. Giudizi della critica a parte, il festival fu un momento importante per Bob che poté finalmente conoscere il cantante country Johnny Cash, con il quale aveva tenuto una fitta corrispondenza e che ammirava da tempo. Bob e Johnny erano così contenti di conoscersi che Joan Baez e June Carter Cash si misero a saltare sul letto della stanza del motel dove Cash alloggiava, «proprio come bambini» racconta Cash. Qualche giorno dopo il festival, Bob andò in Cali fornia e, tra gli ultimi giorni di luglio e l' inizio di agosto, ebbe una breve parentesi romantica con la sua vecchia fidanzata Bonnie Beecher. «L' ho accompagnato all' aeroporto ed è finita che sono salita sull' aereo e ho passato una settimana all e Hawaii insieme a lui», ricorda Bonnie. Bob tenne un concerto a Waikiki, poi risalutò Bonnie e tornò a est per andare a casa di Albert Grossman a Bearsville insieme a Joan Baez, a sua sorella Mimi e Richard Fariña, il quale aveva da poco divorziato da Carolyn Hester e sposato Mimi. Mimi non era un osso meno duro di Carla. Una volta, pensando che Bob non trattasse Joan con il rispetto dovuto, lo aveva preso per i capelli e glieli aveva tirati con forza. Aveva capito - visto che Bob corteggiava q uasi tutte le donne che incontrava - che non era innamorato di Joan quanto lei lo era di lui. Ma Joan sembrava non accorgersene ed era più presa che mai. Durante la permanenza a Bearsville venne organizzato un incontro tra Bob e i Beatles, che erano a New York nell' estate del 1964 al termine del loro secondo viaggio negli Stati Uniti e stavano per tenere un concerto di beneficenza al Paramount Theater. Bob quindi scese da Bearsville e lui e il suo entourage vennero introdotti nella suite dei Be atles all' Hotel Delmonico, dove una falange di poliziotti li avrebbe protetti dall' assedio dei fan. I Beatles avevano appena finito di cenare con il loro manager Brian Epstein, quando entrò Bob. Il giornalista Aronowitz, orgogliosissimo, fece le pr esentazioni. Era uno dei momenti più alti dell' esistenza di Bob e quell' incontro cambiò il corso della storia della musica: Bob da allora riadattò in senso «beatlesiano» il suo modo di fare rock' n' roll, mentre i Beatles cominciarono a scrivere te sti seri e profondi come quelli delle canzoni di Dylan. Gli ospiti americani proposero uno spinello. I Beatles preferivano bere piuttosto che assumere droghe, e il loro drink preferito era Coca-Cola e scotch; però, anche se i libri che parlano di que l periodo dicono che la band non aveva mai fumato marijuana prima d' allora, è sicuro che almeno Harrison e Lennon avevano già provato l' erba. Il punto era, però, che nessuno dei Beatles aveva mai fumato marijuana di ottima qualità. Bob iniziò goffa mente a rollare il primo spinello, facendo cadere un po' di marijuana. Visto che avevano la polizia proprio fuori della porta, si trasferirono in una stanza interna prima di accendere. Bob passò il primo spinello a Lennon che disse a Ringo Starr di p rovarlo, affermando per ridere che Ringo era il suo assaggiatore. Il batterista iniziò a fumarlo come una sigaretta senza passarlo agli altri, perciò Aronowitz suggerì a Victor Maymudes di rollarne un altro. Non ci volle molto perché fossero tutti fu mati persi. McCartney disse di aver scoperto il significato dell' esistenza e cercava una matita per scriverlo. Starr ridacchiava. Brian Epstein diceva che si sentiva alto fino al soffitto. Il giorno dopo, alla luce fioca del mattino, McCartney guard ò i suoi appunti a matita per scoprire il significato della vita distillato in una sola frase: «Ci sono sette livelli». Nei giorni successivi Bob e i Beatles si videro spesso, in albergo e in giro per New York. Da allora nacque un legame d' amicizia particolarmente stretto tra Dylan, Lennon e Harrison. Quando i Beatles suonarono al Paramount Theater, il 20 settembre, Bob andò a vedere i suoi nuovi amici in azione. Era un pandemonio, con un pubblico di ragazzine scatenate che strillavano così for te che era praticamente impossibile riuscire a sentire il gruppo. Bob, che era piccoletto, stava in piedi su una sedia in uno dei corridoi laterali per riuscire a vedere meglio. Notò con soddisfazione che il concerto era l' opposto dei suoi, in cui i l pubblico ascoltava in silenzio ogni parola e applaudiva alla fine. «Ne fu orgoglioso», sostiene Aronowitz.

Joan, le lacrime dopo l' abbandono

Uno dei motivi della crescente freddezza di Bob nei confronti di Joan Baez era la modella Sara Lown ds, della cui esistenza la Baez non sapeva nulla in quel momento. Sara Lownds sarebbe ben presto diventata la donna più importante della vita di Bob e alla fine anche la sua prima moglie, la madre dei suoi figli e la fonte di ispirazione per alcune d elle sue canzoni più belle. Nonostante i modi quasi aristocratici, Sara era di umili origini. Aveva avuto un' infanzia molto difficile e sembrava proprio che volesse dimenticare quasi tutto il suo passato; la cosa, unita al rifiuto di conceder e interviste, ha fatto sì che la sua vita sia rimasta misteriosa almeno fino a oggi. (...) Al Chelsea, la vita di Bob e Sara scorreva in modo molto tranquillo. In camera avevano un pianoforte su cui Bob componeva le sue canzoni, ma erano in pochi a s apere che abitava lì. «Era un tipo piuttosto timido e tranquillo», ricorda il direttore del Chelsea, Stanley Bard. Quando aveva voglia di emozioni Bob se ne andava a bere al Kettle of Fish, al Village. Sara lo accompagnava raramente in queste occasio ni. Invece non mancava mai Bobby Neuwirth, e talvolta c' erano anche Al Aronowitz e il cantante David Cohen. (...) Il capo dei buffoni era Bobby Neuwirth: rideva quando rideva Bob e gli teneva bordone nell' umiliare la Baez, che oltretutto era amica sua. Una volta Joan si aggirava leggiadra con una camicetta trasparente e Neuwirth fece pesanti allusioni all' evidente disinteresse di Bob (che anche davanti alla cinepresa la guardava appena e quasi evitava di parlarle). Della camicetta trasparente della Baez, Neuwirth aveva detto che era «una di quelle camicette vedo-non-vedo che nessuno vorrebbe vedere» e lei, sforzandosi di ridere con la sua consueta spavalderia, disse che stava per crollare dal sonno. «Ti dirò una cosa, sorella», replicò N euwirth a quel punto. «È da un bel po' che sei crollata. Sei crollata prima ancora di poter pensare che stavi crollando». Quando fu spenta la cinepresa, la Baez si mise a piangere. «Se penso all' affetto con il quale Joan lo aveva portato sul palco c on sé» ha detto Mimi. «Bob è decollato grazie a Joan, ma avevo capito che lui voleva soltanto approfittare della situazione per poi levare le tende. Di qui il mio disagio. Purtroppo Joan non ha mai voluto aprire gli occhi sulla realtà, perché era tro ppo coinvolta in quella storia. È così che la penso io». Secondo Pennebaker, Bob stava attraversando un periodo di transizione: quando lui e la Baez erano stati in tournée negli Stati Uniti, a marzo, formavano una squadra affiatata. Adesso invece lui «stava cercando di uscire dal ruolo di suo compagno, nella vita e nei duetti». Così la Baez non salì mai sul palco con lui e non avrebbe più cantato in pubblico con lui fino alla metà degli anni settanta. Bob non la invitò nemmeno ad andare con lui a Sintra, in Portogallo, durante la pausa della tournée nel Regno Unito. Invece, dagli Stati Uniti arrivò Sara. La Baez non sapeva ancora dell' esistenza della ragazza e durante una delle sue ultime visite a casa di Grossman si era persino messa una camicia da notte di Sara non immaginando a chi appartenesse. Quando Bob tornò a Londra e fu costretto da un malanno passeggero a stare chiuso nella sua suite, la Baez passò a trovarlo per vedere come stava e fu Sara ad aprirle la porta. Così Joan sco prì finalmente la donna che Bob vedeva di nascosto da lei da tanti mesi. Era la fine della loro relazione, e lei se ne andò immediatamente per proseguire la sua carriera, visto che al momento teneva anche concerti solisti in Gran Bretagna. Ne fu scon volta, ma aveva una personalità forte e superò il rifiuto di Bob, del quale rimase amica; in seguito riuscì persino a ridere dell' accaduto. Come ha detto l' amica Nancy Carlen: «La sua forza sta nella capacità di ridere di sé e del mondo». Negli ann i a venire, lei e Bob avranno dei ritorni di fiamma. Ma lui rimaneva il dongiovanni di sempre. A Londra cercò di sedurre la cantante Marianne Faithfull, cacciandola via quando lei rifiutò le sue avance, e, in assenza di Sara, frequentò la sedicenne c antante pop Dana Gillespie che aveva conosciuto a una festa a Londra. «Credo che passasse continuamente da una donna all' altra, come fanno in genere i musicisti», ammette la Gillespie con filosofia. Lei gli portava la chitarra e quando Bob aveva tem po libero gironzolava nella sua suite. Una volta Bob aveva preso in prestito i pantaloni della Gillespie, ornati di rose rosa e arancione. «E io me ne stavo lì, in mutande, senza poter uscire perché i miei pantaloni li aveva lui. Bob si infilava i mi ei, ma i suoi non mi stavano. Sono dovuta rimanere in albergo ad aspettare che tornasse. Mi aveva detto: "Torno fra un paio d' ore". Si è ripresentato quasi quindici ore dopo».

Quella vendetta lunga una canzone Così Bob Dylan creò «Like a Rolling Stone»

Una biografia. Nel corso delle contrattazioni per l' acquisto della casa a Hi Lo Ha, Bob stava lavorando a New Yor k a quella che sarebbe diventata forse la sua canzone più famosa, Like a Rolling Stone. «Vomito» è la parola più usata da Dylan quando parla della canzone. Quell' esplosione di disprezzo, dice, gli uscì come «un lungo getto di vomito»: ne risultò un testo alla Kerouac con «una struttura assai vomitosa», «...un pezzo ritmico su carta tutto incentrato sul mio odio e - sono ancora le sue enigmatiche parole - diretto a un fine onesto. Perciò non era odio, ma dire a qualcuno una cosa che non s apeva, dirgli che era fortunato. Rivincita, forse, è un termine più corretto». Insomma, era una canzone che nasceva da quella riserva di rabbia che era una parte importante dell' insolita personalità di Bob. Certo, Like a Rolling Stone poteva essere interpretata come una canzone misogina. Il bersaglio designato era evidentemente un bersaglio femminile e a ispirarla possono essere state molte delle donne di Bob, compresa la Baez. Ma è più probabile che il pezzo fosse diretto a quelle persone che Bob considerava «finte», e il suo successo dipese in buona parte dall' empatia che crea nell' ascoltatore l' idea della rivalsa. Per ironia della sorte, una delle più famose canzoni dell' epoca del folk-rock - che predicò gli ideali di pace e armonia - parla di vendetta. Like a Rolling Stone venne registrata a New York durante un acquazzone estivo il 16 giugno 1965. Bob era arrivato allo studio della Columbia insieme al giovane Mike Bloomfield, che doveva suonare la chitarra come solista. Musici sta blues di Chicago dal talento prodigioso, Bloomfield aveva un ottimo rapporto con Bob, con il quale non era facilissimo lavorare: nessuno dei due amava le prove né spiegare prima quel che aveva in mente di realizzare. (...) Il singolo Like a Rolli ng Stone uscì il 20 giugno. Benché durasse quasi il doppio dei singoli dell' epoca, con i suoi cinque minuti e cinquantanove secondi, e fosse poco adatto ai passaggi radiofonici, scalò inesorabile le classifiche e, soprattutto, ebbe grande influenza sugli altri musicisti. «Era la voce più potente che avessi mai sentito», ricorda Bruce Springsteen, che all' epoca era un ragazzo e viveva a Freehold, nel New Jersey. John Lennon e Paul McCartney avevano sentito il disco un giorno in cui si erano inc ontrati per scrivere dei brani. «Sembrava immensa, infinita. Era bellissima», dice McCartney. «Bob ha fatto vedere a tutti che ci si poteva spingere ancora un po' più in là». Quattro giorni dopo l' uscita di Like a Rolling Stone Bob andò al Newport F olk Festival. I ritmi, di solito piuttosto tranquilli e prevedibili della manifestazione, in quel 1965 furono sconvolti dalla decisione di Bob di eseguire amplificati i suoi nuovi brani. Non era arrivato a Newport con quell' idea in mente: gli era ve nuta così, per caso. Nel pomeriggio di sabato 24 luglio Bob aveva suonato All I Really Want to Do da solista, alla chitarra acustica come sempre. Quello stesso pomeriggio la band blues elettrica di Paul Butterfield - c' era anche l' amico di Bob, Mik e Bloomfield - suonava all' interno del Bluesville Workshop. Alan Lomax, che nutriva lo sdegno del purista nei confronti dei ragazzi bianchi medioborghesi che suonavano il blues, schernì il gruppo al momento della presentazione. Albert Grossman, che pensava di proporsi come loro agente, si sentì oltraggiato: affrontò Lomax e i due vennero alle mani. «Si rotolavano per terra», ricorda divertita Sally Grossman. «Era uno scontro tra l' élite e il popolo». Bob a quel punto prese una decisione epocal e: avrebbe eseguito le sue canzoni nuove con l' amplificatore, per dimostrare a Lomax e agli altri che quel tipo di musica esisteva e non si poteva liquidare così. Aveva già inciso un disco composto in parte di brani rock, ma esibirsi sul palco di Ne wport era un insulto ai tradizionalisti che consideravano il rock musica commerciale. «Stavolta Dylan si era proprio rotto: "Be' , che vadano affanculo. Se pensano di poter tenere fuori di qui la musica elettrica, se ne accorgeranno", disse», raccont a Jonathan Taplin, roadie e in seguito road manager dei gruppi di Grossman. «Di punto in bianco decise che voleva suonare con strumenti elettrici».

E l' ebreo errante cantò per il Papa Bologna, 1997: Bob Dylan davanti a Wojtyla

Alcuni pensavano che Bob avesse abbracciato il cristianesimo per ragioni commerciali. Keith Rich ards dei Rolling Stones, per esempio, aveva parlato di Bob come del «profeta del profitto». Anche Ronnie Hawkins aveva ironizzato sul suo spirito cristiano quando il 20 aprile 1980 la tournée di Dylan era arrivata a Toronto e i due avevano parlato pe r un po' . «Dopo che questo disco avrà venduto un po' diventerai ateo, così potrai vendere a quelli che non credono in niente» gli aveva detto Hawkins, con una risata sardonica. A Bob non era piaciuta la battuta: «Non ha riso. Mi ha guardato e basta. Ma io sapevo qual era il suo piano. E lui sapeva che io sapevo: vendeva dischi. È il suo mestiere». (...) Gli spettatori dovevano sorbirsi lo spettacolo insolito di lui che faceva sermoni da predicatore televisivo. «In questo periodo non si sente pa rlare molto di Dio. Be' , noi ne parleremo tutta la sera», aveva detto al pubblico di Hartford, nel Connecticut, il 7 maggio 1980. Poche sere dopo ad Akron, nell' Ohio, Bob fu contento dell' accoglienza abbastanza amichevole riservatagli dal pubblico . Ringraziò dicendo che era abituato a «ogni tipo di malizia operata dal demonio», tra il pubblico. Satana doveva aver messo lo zampino anche al botteghino, visto che il concerto finale della tournée venne annullato a causa della scarsità delle vendi te. Bob subì altri colpi di sfortuna nei mesi seguenti, e sia la sua vita professionale sia quella privata vennero colpite dalle avversità e, infine, anche dalla tragedia. (...) Dopo tre mesi fra malattia e convalescenza, e dopo la causa con Victor M aymudes, Bob riprese le tournée il 3 agosto 1997, tenendo un concerto a Lincoln, nel New Hampshire. Era ancora gonfio in viso, sudava abbondantemente e chiazze scure gli macchiavano gli abiti di scena. «Prendo ancora medicine tre volte al giorno. A v olte mi gira un po' la testa e ho un po' di nausea» ha dichiarato a Usa Today. «E ho bisogno di dormire parecchio, ma credo che ce la farò». Un mese dopo suonò per Giovanni Paolo II al Congresso eucaristico mondiale di Bologna. Sembrava impossibile: un ebreo errante che cantava Knockin' on Heaven' s Door davanti a un pontefice in là con gli anni che sembrava mezzo addormentato. A Bob piacque il concerto, ma lo seccò il fatto di doversi fermare dopo due canzoni per salire la predella e omaggiare Sua Santità con lo Stetson in mano. Oltretutto non aveva idea di cosa dire: il papa sembrava molto più a suo agio e tenne l' omelia a una platea di duecentomila persone, usando le parole del cantante. «Tu dici che la risposta è nel vento, amico mio. È vero: ma non è un vento che spazza via le cose. Questo vento è il respiro e la vita dello Spirito Santo, la voce che ti chiama e ti dice: "Vieni!"». Nemmeno Bob avrebbe saputo dire di meglio. Bob era in Europa quando Time Out of Mind uscì negli Sta ti Uniti il 30 settembre 1997. Servendosi dei missaggi provvisori, Daniel Lanois era riuscito a mantenere il sound naturale di quelle straordinarie registrazioni di Miami. «Sembrava di stare di nuovo lì» dice Cindy Cashdollar. Gli amici erano sorpres i dal carattere intimo dei testi e Jacques Levy ha detto: «Si sente dentro la ricchezza emozionale della sua vita». Le canzoni, come diceva Bob, avevano a che fare con «la terribile realtà dell' esistenza piuttosto che con quell' idealismo tutto rose e fiori che va di moda adesso». Il disco era, perciò, una provocazione: Greil Marcus, su Mojo, scrisse di averlo trovato «scioccante per la sua amarezza e il rifiuto di ogni conforto, di ogni gentilezza». C' erano, però, molte cose da apprezz are. Elvis Costello, magari esagerando, aveva salutato Time Out of Mind come il miglior disco di Bob in assoluto, ma tutta la critica era d' accordo sulla qualità di quest' album, che ridestò l' interesse per il cantante. Dylan tutt' a un tratto torn ava di moda e, anzi, veniva celebrato come un grande esponente della cultura americana: in ottobre, ebbe l' onore di ricomparire sulla copertina di Newsweek. Non accadeva dal 1974: allora aveva trentadue anni e girava per il Paese con la Band. Adesso , nel 1997, ricompariva, invecchiato e con un' aria gufesca, in una fotografia di Richard Avedon. Il titolo diceva: DYLAN È VIVO. Era come se fosse risorto. «È un disco pieno di ombre, perché è così che mi sento» ha dichiarato a Newsweek. «Non sono in sintonia con niente».

© Guanda



 
 
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