Ciao Michele,
come promesso, ti mando la mia recensione del disco di Dylan, apparsa su "Musica!". 
Come potrai notare, sono scettico ma con (molto) rispetto. Mettila pure sul sito, mi fai un onore.
Riccardo Bertoncelli

Naturalmente l'onore è di tutti noi di Maggie's Farm...
Michele "Napoleon in rags"


 

BOB DYLAN - Love and theft

Bob Dylan si è fatto crescere curiosi baffetti da Zorro e con quel nuovo look (ma più che un gentiluomo messicano sembra un mandarino western) guarda dritto in camera con aria sibillina nelle foto del suo nuovo disco, "Love And Theft". Una beffa? Una sfida? Probabilmente un gioco. Se "Time Out Of Mind" quattr'anni fa era stato l'ingresso solenne e rituale di Bob Dylan nella terza età, con tutti i suoi pesi e i suoi tormenti, quest'album dei sessant'anni è un passo indietro decisamente più easy, forse un divertito esorcismo. Un album poco intenso e molto swingante, da far battere le mani e i piedi più che sussultare il cuore; prodotto come piace a Dylan, con suoni grezzi e fili sciolti, con la volonterosa ma non stellare band che di questi tempi lo accompagna in scena più il vecchio amico Augie Meyers. Un disco per buona parte nostalgico, ma una nostalgia fatta di coriandoli, di incerti profumi, di bolle del tempo che fu. In brani come "Floater", come "Moonlight", come "Po' Boy" Dylan risale il tempo e sembra ritornare fanciullo nella sua casa di Hibbing, vergine di musica, ammaliato dalle note della radio di casa che qualcuno, papà Abram o mamma Beatrice, ha acceso. Chi suona? Forse Billy Daniels, il preferito del babbo, forse Frankie Laine o qualche menestrello con lingua da usignolo; o, trasportata per vie misteriose dall'altra parte del mondo, qualche sinuoso "jazz sentimentale" di Django Reinhardt con Stephane Grappelli.
 
 
 

    Non è certo con pezzi del genere che Dylan può guadagnarsi il favore dei fans, e infatti "Love & Theft" è tutto fuorchè un disco accattivante. Ma è storia vecchia: il signor D. tira per la sua strada e gli appassionati, anche a collo storto, anche senza capire sino in fondo, finiscono per seguirlo. La strada questa volta è tortuosa, anche imbarazzante (un brano come "By And By" finisce di diritto fra le canzoni più brutte del Dylan di sempre). Si perde in meandri di anni '40, indugia con il western swing, nel limbo prima della nascita del rock & roll, per arrivare infine al blues e a un paio di ballate forti, struggenti, di quelle che anche quando non è Dylan il protagonista si dicono "dylaniane".
    "Tweedle Dee And Tweedle Dum" è un bell'attacco che dà subito l'idea. Sembra una "Tombstone Blues" sfibrata, il titolo è quello di una vecchia filastrocca e, guarda un po', di una canzone di Winfield Scott che il giovane Presley conosceva bene e suonava agli inizi di carriera. "Mississippi", subito dopo, è l'altra faccia della medaglia. Un Dylan più assorto, che gracchia con amorevole voce da corvo una specie di seguito di "Not Dark Yet". E' una canzone che Sheryl Crow aveva eseguito anni fa in "Globe Sessions"; l'autore qui se la riprende, con qualche modifica al testo. Nessun dubbio che "Mississippi" sarà uno dei brani preferiti dai fans: assieme a "Highwater", con quel suo banjo risonante da monti Appalachi, assieme al blues tagliente e inquieto di "Cry A While", dove Bobby sfodera una pregevole voce da coccodrillo, e a "Sugar Baby", l'emozionante finale. Capita ogni tanto a Dylan di chiudere i dischi con brani arcani, solenni, come se non fosse soltanto un album a finire ma tutto un lungo viaggio, e alla fine ci si trovasse, con il cuore in gola, alla soglia di qualcosa di nuovo e misterioso. Con i suoi brividi e la sognante fisarmonica di Augie Meyers, "Sugar Baby" è una porta del genere: cosa ci sarà mai oltre?
   "Love And Theft" è un album che farà discutere: se non altro perchè viene dopo "Time Out Of Mind", un disco che aveva abbagliato i fans con la sua "classicità". Quest'album è diverso: meno "dylaniano", se vogliamo giocar con le parole, molto più Bob Dylan o, forse meglio, più Robert Zimmerman. C'è il suo amore per certa old time music, c'è il suo tornare come un vecchio elefante sulle piste della giovinezza che lo rende un documento prezioso. A ben pensarci, è un'opera che si collega stretta a "World Gone Wrong", a "Good As I Been To You", le antologie di cover del '92-94 - una fondamentale "trilogia del tempo perduto". Se vogliamo fare il gioco del "disco intruso", be', sara paradossale ma è proprio "Time Out Of Mind" l'album che bisognerà scartare per illustrare il Dylan degli anni maturi.

Riccardo Bertoncelli


 
MAGGIE'S FARM

sito italiano di Bob Dylan

HOME PAGE
Clicca qui

 

--------------------
è  una produzione
TIGHT CONNECTION
--------------------