Un grazie di vero cuore a Riccardo Bertoncelli che ci invia questa sua recensione del cd di Bob Dylan "The Bootleg Series Vol. 6 - BOB DYLAN LIVE 1964 - CONCERT AT PHILARMONIC HALL" (pubblicata in origine su www.delrock.it) preceduta da una introduzione scritta appositamente per i lettori di Maggie's Farm in cui Riccardo rievoca i propri ricordi legati ai bootlegs che presentarono a suo tempo il materiale del "Live 1964" ed a strani ed illeciti commerci londinesi...
Michele Murino
The Bootleg Series Vol. 6
BOB DYLAN LIVE 1964
CONCERT AT PHILARMONIC HALL

Dylan è un archivista deludente. Sappiamo tutti che tesoro ha negli archivi, anzi, ci piacerebbe venir tacciati di ignoranza e rimanere sbalorditi da qualche meraviglia inattesa; e lui, invece, continua a frequentare i luoghi più conosciuti, a spolverare nastri che non hanno segreti.
Lo ha fatto con il famoso Manchester/Royal Albert Hall e lo fa ora con la mitica vigilia di Halloween 1964. Penso di aver cambiato tre bootlegs o quattro negli anni '70 alla ricerca di un "bel suono" di quello show, fino a che non mi imbattei in un doppio "All Hallow's Eve" azzurrino che ancora conservo. Fatica sprecata, comunque: era tutto un friggere e gracchiare, altro che alta fedeltà.
La nuova edizione in confronto è un Paradiso, quindi dovrei essere felice. Ma gli umani sono un grumo di contraddizioni, e non sfuggo alla regola. Ho nostalgia di quei bootleg di nascosto, nel retro del negozio del mio amico P, di quei "Trademark Of Quality" con il logo del porcellino, di quei Great White Wonder timbrati a mano, anno di grazia 1970; e anche di quel negozietto in Carnaby Street dove una sera tirai fuori dalla tasca una banconota di 10 sterline e strane briciole dall'intenso aroma . "Hashish!", si allarmò il venditore che sottobanco mi stava vendendo appunto un bootleg di Dylan, e non ci fu niente da fare, gettò il disco in qualche botola nascosta e mi cacciò dal negozio credendomi un amico dell'agente Esposito, quello della narcotici di Robert Crumb. Invece era un pezzo di biscotto sbriciolato, avanzo di una affamata merenda londinese (solo biscotti e banane, tutto il resto in dischi!).
Una storia molto dylaniana, adesso che ci penso. Un siparietto che il signor Bob avrebbe potuto far suo e infilare tra un brano e l'altro, quella leggendaria sera del 1964 in cui, chissà come, aveva la lingua sciolta e qualche canzone speciale da cantare.
Riccardo Bertoncelli



La recensione

«Siccome Dickens e Dostojevskij e Woody Guthrie hanno già raccontato storie molto meglio di quanto io possa fare, ho deciso di limitarmi alle fantasie della mia mente.» 

Tra l'ironico e il molto saggio Bob Dylan si spiegava così un giorno del 1963. Erano mesi cruciali - il cucciolo cresceva, il «piccolo Guthrie» stava togliendosi l'aggettivo e presto avrebbe cancellato anche il nome. È un luogo cruciale e ben noto della storia dylaniana e non solo, di tutta la storia folk rock; la stagione tumultuosa, esaltante che dalla protesta di Blowin' In The Wind e Times They Are A-Changin' porta alle fantasie beat surreali di Bringin' It All Back Home passando per l'estroverso romanticismo di Another Side . Un anno e mezzo che pesa come dieci, dall'inizio del ‘64 all'estate del ‘65; un periodo in cui Dylan cambia anche l'immagine, abbandona gli abiti da menestrello e lo spiritato bianco e nero da Dust Bowl Ballads per farsi piccolo esistenzialista e poi intellettuale mod, giacca stretta pantaloni attillati occhiali scuri. 

In una curva del tempo di questa magica stagione c'è il concerto alla Philharmonic Hall di New York, la sera di Halloween del 1964. È uno show che i dylaniani conoscono bene, non foss'altro che per le decine di bootlegs diluviate fin dagli anni '70, in gracchianti vinili però molto sonori. La Columbia aveva registrato l'evento pensando di farci un live, poi cambiò idea come cento altre volte nella disco-storia dylaniana; qualche copia di nastro però sfuggì alle maglie e, di copia in copia, scese come manna sugli affamati fans che non attendevano altro. Diventò uno dei pirati più celebri, come il Live At The Royal Albert Hall che poi avremmo scoperto essere Live At Manchester; e giusto come quel disco è stato recuperato nel catalogo ufficiale qualche anno fa, così ora anche l'Halloween Concert - un doppio CD della Columbia, volume 6 della serie Bootleg Series. Meglio tardi che mai. Lo show è bellissimo, la registrazione di nitida qualità; e c'è un bel libretto con le foto di Daniel Kramer, il ritrattista ufficiale di Bobby in quella stagione, e le note colte di Sean Wiletz, storico e scrittore di una certa fama, che ebbe la ventura di esserci quella sera alla Philharmonic Hall pur nel bozzolo dei suoi 13 anni. 

In quell'ottobre del 1964 Dylan aveva da tre mesi un disco nuovo nei negozi, Another Side. Era un album inquieto e di transizione, davvero grigio come la veste grafica, e non a caso avrebbe venduto poco negli Stati Uniti (assai meglio in Europa). Era un disco di tormenti d'amore e di fantasie letterarie, scritto in una spumeggiante lingua Ginsberg-Rimbaudiana senza più i solidi appigli alla realtà del folk militante. Bobby ne offre qualche stralcio nel concerto, senza però insisterci come oggi farebbe qualsiasi artista «in promozione». Spanish Harlem Incident, To Ramona, I Don't Believe You, It Ain't Me Babe, All I Really sono sparse qua e là, ad attutire i colpi delle più vecchie ballate di protesta e a lanciare, chissà, messaggi in codice. I fans conoscono già bene le canzoni, e le accolgono con piacere. Bobby ha dimenticato un verso di I Don't Believe e uno spettatore attento viene in suo aiuto. C'è anche questo nello show della Philharmonic, che oggi forse può stupire; una grande disponibilità di Dylan al dialogo e a un piccolo teatrino, il gusto per battute, allusioni, presentazioni, quasi fosse ancora sulla pedana del Gerde's Folk City o del Gaslight davanti a pochi amici, guardandosi tutti negli occhi, provando insieme. 

Il concerto inizia con Times They Are A-Changin', come sempre in quel periodo. Dylan sta maturando straordinarie novità, ha mille idee per la testa e nuovi posti dove andare, molto al di là di dove i fans lo aspettano, ma è cauto e attento a non forzare i tempi. Lo show è completamente acustico, anche se nella sua mente già cantano dolci sirene elettriche fra Muddy Waters e i Beatles; e il filo conduttore sono le vecchie ballate di protesta, da Hard Rain's Gonna Fall a With God On Our Side, da Times a Lonesome Death Of Hattie Carroll. I classici, ma anche qualcosa di poco battuto: Who Killed Davey Moore? è una canzone di protesta sul mondo del pugilato che Dylan da qualche mese propone in scena ma che alla fine non pubblicherà nei dischi ufficiali. Con gli anni, diventerà il suo inedito forse più popolare; conosciuto, cantato, tradotto (ne ricordo un adattamento per i moti studenteschi dei primi '70 alla Statale di Milano). 

Il percorso è comodo e mette tranquilli i fans; e qui e là può andare in onda qualcosa del «nuovo» che batte in testa e nel giro di pochi mesi esploderà impetuosamente. La disponibilità dell'artista non si spinge però fino a Blowin' In The Wind. Quella canzone lo ha stancato o, meglio, lo hanno stancato i discorsi che ne son venuti, logori e triti già in quel 1964. Avrà modo di rappacificarsene. Per chi proprio ha nostalgia di quei tempi e di quegli argomenti, Dylan estrae dal cilindro Talkin' John Birch Paranoid Blues, una ballata contro una potente organizzazione anticomunista americana. La ribattezza «paranoid» perché giusto quello ha suscitato, paranoia e isteria, le poche volte che i suoi polemici versi sono stati agitati. Doveva stare su Freewheelin' ma la Columbia all'ultimo la levò di mezzo; e doveva andare in diretta TV, al leggendario Ed Sullivan Show, ma com'era facile prevedere, neanche a parlarne. Ecco un altro tassello di quello sfaccettato Dylan '64; serio e orgoglioso, rinuncia a una passerella eccezionale come l' Ed Sullivan, in prima serata TV, pur di non farsi imbavagliare dalla censura. Lui non è come Elvis, quella volta che lo ripresero solo dalla cintola in su. Lui vuole essere inquadrato per intero; tutto il suo metro e sessantacinque, lingua (lunga) compresa. 

Due lunghi set, una pausa di un quarto d'ora. Quando tutto sta per finire, Dylan introduce Joan Baez e duetta amabilmente con lei in quattro canzoni: in tre canta, in una (Silver Dagger ) suona l'armonica. È un'altra pillola tranquillante per i fans; che sono felicemente trasportati in un recente passato, quando i due giravano in tour i «colleges» americani e si facevano vedere insieme, Re e Regina, non solo per affari di musica ma anche d'amore. Quella stagione è in realtà tramontata, con tutto il resto del Bobby «politico» e via così; ma il pubblico non lo sa e comunque si gode la scena, e in particolare Mama You Been On My Mind, uno dei tanti gioielli che il generoso Dylan di quegli anni scriveva per gli altri e dimenticava per sé. I due chiudono con It Ain't Me Babe, forse la più tagliente canzone dylaniana sull'amore deluso. Venne scritta per Suzie Rotolo, non per Joanie, ma si adatta comunque: «Tu dici che cerchi qualcuno/ che non sia mai debole ma sempre forte/ per proteggerti e difenderti/quando hai ragione e quando hai torto/ qualcuno che ti apra una a una tutte le porte/ Ma non sono io baby/ Non sono io che tu cerchi baby». 

Tre mesi dopo il concerto della Philharmonic, 14 febbraio 1965, Dylan entrerà agli studi Columbia di New York per completare il disco che ha già abbozzato- Bringing It All Back Home. Si presenterà con tre chitarristi, due bassisti, una batteria e tastiere, estendendo alla musica le scosse creative che già avevano terremotato i testi. Il 1965 sarà l'anno della sua rivoluzione e del distacco dal passato: distacco completo, anche traumatico, come in agosto rivelerà il set al Festival di Newport. 

Nella penombra della Philharmonic Hall, sul palco dove si muove solo un giovane uomo con chitarra e armonica, tutto questo è ancora lontano. Ma non così lontano. C'è un momento nel primo set in cui Dylan prende il coraggio a due mani e sfoga una via l'altra tre canzoni che ancora non ha inciso: Gates Of Eden, If You Gotta Go, Go Now, “It's Alright Ma. Poi un breve respiro con I Don't Believe You e un'altra sorpresa, la più preziosa: una delle primissime esecuzioni di Mr. Tambourine Man. Chissà che brividi per il pubblico, e quali stupiti pensieri; o forse niente, solo un'altra canzone appena un po' strana da un cantautore abituato alle sorprese - quando invece è l'apparire di un mondo proprio nuovo, l'inizio di un lungo lungo viaggio «on a magic swirling ship». 

«Questa si chiama Una filastrocca sacrilega in re minore», annuncia Dylan quando presenta Gates Of Eden. Il pubblico ride. Ma non è uno scherzo. Dylan ha deciso che non protesterà più - bestemmierà invece, e le sue filastrocche sacrileghe cambieranno la storia del rock. 

Riccardo Bertoncelli

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Maggie's Farm

intervista
RICCARDO BERTONCELLI
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Un esordiente chiamato Dylan

Da Musica n. 278 del 5 Aprile 2001
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