NEVER ENDING TOUR

RASSEGNA STAMPA

LA GAZZETTA DI MODENA 27 maggio 2000

Modena. Dopo tante polemiche sulla sicurezza del Duomo finalmente è l'ora della musica
Dylan, un mito in piazza Grande
Il cantautore propone concerto metà acustico e metà rock

p.l.sen.

MODENA. Il grande giorno è arrivato. Dopo tante polemiche, più o meno fondate, questa sera in piazza Grande saranno solo le note e la magica voce di Bob Dylan a risuonare. Prende infatti il via dalla nostra città il tour italiano di uno dei miti della canzone d'autore americana. Il concerto del quasi sessantenne Dylan si annuncia diviso in due parti: la prima acustica, la seconda elettrica.

Si apre questa sera a Modena, nella suggestiva cornice di Piazza Grande e all'ombra dell'austera Ghirlandina, il tour italiano di Bob Dylan che arriva nel nostro Paese all'indomani della pubblicazione di un suo nuovo lavoro discografico, una raccolta che propone una manciata di inediti. Si tratta di «Best of Bob Dylan - Volume 2», raccolta di 17 canzoni tra le quali l'ultima composizione «Things have changed», dalla colonna sonora di «The wonder boys» di Michael Douglas.
Nell'album compare anche «Dignity», brano la cui storia comincia nel 1989, durante le registrazioni di"Oh mercy", dal quale viene escluso. Nel 1995 una versione elaborata da Brendan O'Brien, produttore dei Pearl Jam, comparve su un'altra raccolta, «Greatest hits - Volume 3», ma in una registrazione diversa rispetto a quella originale prodotta da Daniel Lanois. Quella di Modena è l'unica data di questa tournée che si svolge all'aperto. Difficile scrivere quella che potrà essere la scaletta di questo suo concerto. Dylan ha spesso spiazzato il suo pubblico proponendo dal vivo brani che solitamente non ci si aspetta e magari ignorando alcuni dei suoi grandi classici che tutti vorrebbero sempre sentire, ma una carriera di quasi 40 anni e decine di capolavori fanno si che anche per il menestrello di Duluth sia difficile scegliere i brani da proporre in concerto e spesso, crediamo, la scelta può arrivare in modo istintivo e umorale. Di sicuro i nquesto tour non sono mai mancati pezzi mitici come «The times they are A-Changin'» (acustica), Like a Rolling Stone e «Blowin' in th wind» solitamente proposta in chiusura. In questi anni la voce di Dylan è diventata sempre più acuta, nasale e inconfondibile. Per questo suo ennesimo tour mondiale Dylan è affiancato sul palco da 4 musicisti: David Kemper alla batteria, Larry Campbell e Charlie Sexton alle chitarre e Tony Garnier al basso. Una formazione essenziale, tipicamente rock ed elettrica. Bob Dylan arriverà a Modena nel tardo pomeriggio per verificare che tutto sia in ordine.


LA GAZZETTA DI MODENA 29 maggio 2000

In 5mila per Bob Dylan, piazza salva
L'atteso concerto non ha provocato problemi di ordine pubblico

di Franco Giubilei

MODENA. Circa 5mila spettatori al concerto di Bob Dylan in piazza Grande. Il menestrello americano ha eseguito brani leggendari. Nessun problema di ordine pubblico, né per i monumenti su cui è stata misurata l'intensità sonora.

Un'umida notte in stile tropicale, annaffiata dall'acquazzone caduto in città, ha accolto quel monumento vivente al rock'n'roll che è Bob Dylan. Il menestrello americano, che la scorsa settimana ha raggiunto la veneranda età di 59 anni, ha cantato pezzi entrati nella leggenda, da «Mr. Tambourine man» a «Knockin' on heaven's door» a «Blowin' in the wind», che ha chiuso il concerto.
Bob Dylan aveva già suonato a Modena, quando la Festa dell'Unità si faceva ancora all'ex autodromo, nell'87: un'ora e un quarto di concerto striminzito dove il pubblico aveva apprezzato di più un gruppo spalla versione extra-lusso come Tom Petty & the Heartbreakers, piuttosto che un Dylan lontano dallo stato di grazia. Sabato sera il poeta americano è tornato, questa volta in piazza Grande, un pezzo di storia della musica del '900 fianco a fianco di un altro monumento, il Duomo di Modena. Accostamento suggestivo e ben riuscito, con la piazza che si è riempita un po' in ritardo a causa dell'acquazzone che si è abbattuto sulla città intorno alle 20. Alla fine, secondo gli organizzatori, sono arrivate circa 5mila persone, anche se qualche vuoto è rimasto vicino all'ingresso di corso Duomo.
Lui, Dylan, al secolo Robert Zimmermann, autore ben noto ai propri fans per l'abitudine di infischiarsene del pubblico e, soprattutto, di stravolgere i propri pezzi fino a renderli irriconoscibili, questa volta si è presentato tendendo una mano agli spettatori: il secondo brano in scaletta, dopo un'apertura in tono western, era già una hit immortale, quell'«Hey mister Tambourine man» che è uno dei manifesti della sua lunga produzione. E' partito così uno spettacolo diviso in due, la prima parte acustica, contrabbasso, tre chitarre e batteria, la seconda decisamente elettrica. Sul palco, insieme a Dylan, David Kemper alla batteria, Larry Campbell e Charlie Sexton alle chitarre e Tony Garnier al basso. Arpeggi vecchi come il blues hanno riempito la piazza, musica che non può non piacere, perché attinge direttamente allo spirito dell'America profonda di cui Dylan è un grande interprete. E' il momento di «Boots of spanish leather», col pubblico a ondeggiare dolcemente sulla spinta delle ballate.
Lo show raggiunge il momento più intenso con «Tangled up in blue», suonata in una versione entusiasmante, una macchina musicale che si mette in moto, raggiunge la potenza piena e va avanti strappando applausi, uno di quei pezzi in cui la gente ha l'aria di dire «ancora!», perché non vuole che finisca. Subito dopo uno stacco brusco, torna un'aria country, con tanto di mandolino, e il pubblico dei 40-50enni va in deliquio. Poi, dopo sei pezzi acustici, il concerto vira decisamente verso paesaggi elettrici, il contrabbasso lascia il posto al basso, anche la scenografia e le luci si adeguano. Ritornano i superclassici, con «Like a rolling stone», il pubblico cerca di star dietro al menestrello, che continua ad armeggiare fra parole e accordi, intonando «how does it feel». Arriva «Forever young» e sono altri brividi, di quelli che corrono piano piano, come le quiete passioni evocate da questo concerto. Sono le 11 passate quando Dylan e i suoi attaccano il gran finale: «How many times...», e tutti già sanno che «the answer, my friend, is blowin' in the wind», la risposta, amico mio, sta soffiando nel vento.


LA REPUBBLICA 29 maggio 2000

Il nuovo Bob Dylan
è un "guitar hero" Modena, in 6mila in piazza. Ieri il bis a Milano

di PAOLO BIAMONTE


MODENA - Nella guerra senza quartiere contro il suo mito, Bob Dylan ha scelto un nuovo mezzo di distruzione totale: la chitarra. E così, dopo aver per anni aggredito con furia la retorica costruita attorno alla sua leggenda di cantore- principe delle confuse vicende di fine secolo, ora sembra deciso a coinvolgere in questo autodafe perfino la sua chitarra. Sabato Modena ha ospitato la prima tappa italiana di quel "tour senza fine" che da anni, a un ritmo di 150 concerti a stagione, occupa la vita del rocker. C' erano circa 6 mila persone di fronte al palco in piazza Grande sotto lo sguardo carico di storia della Ghirlandina.
Dylan è salito in scena accompagnato dalla sua band abituale attorno alle 21: aveva smesso di piovere da pochi minuti quando la sua voce nasale ha trasformato in enigma i versi leggendari di Mr.Tambourine Man. Vestito di nero, ha dato il via a un set diviso in una parte acustica e in una elettrica. La differenza tra le due non era in realtà sostanziale: Dylan si è ritagliato il ruolo insolito di "guitar hero", giocando compiaciuto con la sua tecnica approssimativa: più che alle parole è sembrato voler dare risalto alla sua passione per il blues, costruendo le semplici variazioni melodiche dei suoi assoli sul fascino irresistibile delle 12 battute della musica del Delta.
Dylan non ha fatto nulla per dare ordine al clima di confusione che dominava sul palco: il gioco del "guitar hero" sembrava divertirlo più di qualsiasi altra cosa tanto che, cosa davvero insolita per un personaggio dalla proverbiale ombrosità, più volte ha rivolto al pubblico gigioneschi sorrisi. Chi conosce la sua storia sa che le sue decisioni non tengono conto delle aspettative del pubblico: e così sabato, sia che si trattasse di un pezzo acustico sia che si trattasse di un brano elettrico, l'andamento delle esecuzioni non aveva variazioni: tema proposto con ricercata trascuratezza e un crescendo guidato dalle esibizioni chitarristiche dell'uomo che 40 anni fa trovò la sintesi perfetta tra musica e poesia mettendosi alla guida dei sogni di un mondo che si illudeva di sfuggire alla dura pioggia dell'ordine universale. Masters of War è diventata cosi una sorta di blues alla Muddy Waters, come le canzoni di Times Out of Mind. Ad accomunarle la sorprendente confusione dei finali, mai precisi, stabiliti con l'improvvisazione naif di chi ha provato poco. Chi era in piazza a cercare il Dylan che non c'è più, sarà stato felice di ascoltare Forever Young e Like a Rolling Stone, entrata ormai a buon diritto nel repertorio dei Rolling Stones. Da anni c'è un brano al quale Bob Dylan nei concerti affida la verità della sua arte: It's All Over Now, Baby Blue, straziante confessione di un'anima ferita. Non lasciatevi ingannare dalle parodie dei chitarristi: è nascosta nei tre minuti di questo viaggio nei sentimenti confessati senza pudore la verità di Bob Dylan. Ieri sera replica a Milano: per 4 mila persone, molte delle quali - inaspettatamente - giovanissimi. Caldo entusiasmo.


LA STAMPA 29 maggio 2000

L’ultimo tour italiano parte da Modena davanti a seimila fan di tre generazioni La grande voglia del vecchio Dylan Abito nuovo per i suoi classici

Marinella Venegoni
inviata a MODENA Un temporalone s’è accanito sulla cuspide gotica della Ghirlandina, e ha rischiato di mandare all’aria la prima volta di Bob Dylan in Italia dai tempi del breve concerto davanti al Papa nel settembre ’97. Un’ora dopo, quando egli è arrivato sul palco in piazza Grande chiuso in quel vestitino grigio che ultimamente gli fa da divisa, anche la sua voce sapeva di temporale: ammaccata, bagnata, rotta, ha intonato «Roving Gambler» nel silenzio sospeso di quei seimila di tre generazioni arrivati ad ascoltarlo. Tutti ci siamo chiesti se ce l’avrebbe fatta, e naturalmente sì: la musica è partita subito calda, sbuffando che neanche una locomotiva d’epoca. Un rock’n’roll prima acustico e poi elettrico, colorato e ruspante, spessissimo tinto di blues o di country, ha segnato una serata allegra e appassionata, l’entusiasmo è cresciuto dopo le perplessità iniziali.
Già, perché quando era cominciata «Tambourine Man», le corde vocali di Bob s’erano ormai scaldate, e avevano ribaltato l’ingombrante pezzo in una roba quasi irriconoscibile, che ha provocato qualche fischio. Si sa che Dylan ama infliggere queste mascalzonate e spiazzare l’uditorio mascherando le canzoni più attese; lo scherzetto è stato ripetuto più tardi su «Positively 4th Street», ben nascosta dentro una ballatina dolce; e ancora su «Don’t Think Twice, It’s All Right», con pennellate country e una sorprendente voce sussurrata, da interprete. Ma sì, Dylan 2000 ha voglia di suonare e addirittura di cantare: non borbotta più, si capiscono perfino le parole; e a tratti incanta con una dolcezza finora sconosciuta.
Sono reinvenzioni che farà per non morire, lui stesso, di noia dentro il proprio mito. Ha compiuto 59 anni il 25 maggio, il vecchio Bob, che nella sua vita ha riempito migliaia di pagine e dato parole a milioni di cori, che ha popolato sogni e nutrito utopie, che ha tenuto sospeso il mondo con la sua malattia di tre anni fa: e se continua a girare in tutto il globo, lo farà pure per annacquare un poco, dentro la ripetitività, l’ingombro della storia che rappresenta.
Riesce sempre a spiazzare l’uditorio. Dopo la malattia, ha visibilmente riscoperto il gusto di suonare. Più cresce la tecnologia, più i concerti si trasformano in meccanismi oliati da basi preregistrate, più lui gira il mondo da artigiano, portandosi dietro la fabbrica novecentesca della sua musica, arroccandosi nell’ecologia degli strumenti, con anche un orgoglio visibile del lavoro fisico e virtuoso, suo e dei suoi: due chitarre bravissime (Sexton e Campbell), il contrabbassone di Garnier, la batteria muscolare di Kempre.
Ha ripreso a suonare i pezzi storici. «Master of War» si riempie di blues, «Like a Rolling Stone» sostituisce con la tastiera le usate note dell’armonica a bocca, «Blowing in the Wind» grand’ultima fa faticare il coro del pubblico.
La prima parte, acustica, propone atmosfere retrò, sia nei divertenti rock, sia nell’impagabile valzerone «To Ramona»: si coglie un filo d’ironia, nella voce sospirosa per quel che può; e fra country, armonica e mandolinata si disegna un mondo in sparizione anche nelle serate immemori della più profonda provincia americana. Anche il set elettrico disegna pezzi spesso poco frequentati, fra «Country Pie» e la superba, drammatica «Can’t Wait», o il rock galvanizzante di «Leopard-Skin Pill-Box Hat». La parte finale offre sapori forti, con «Forever Young» e una tiratissima «Rainy Day Women» che Dylan attacca quasi rappando. Due ore di concerto non ci svelano com’è ovvio i misteri del Vate; forse, egli semplicemente invecchia, restando appassionato al proprio lavoro, vissuto come un mestiere più che un’arte. Ieri concerto a Milano.


IL CORRIERE DELLA SERA 29 maggio 2000

Il menestrello del rock mostra di aver ritrovato lucidità e allegria. In due ore sul palco
ha privilegiato gli anni ’60 e ’70 Bob Dylan in concerto si scopre ironico
A Milano 8 mila fan. Per i suoi brani mito gioca con la chitarra e si muove alla Presley

L’enorme ombra del suo corpo che imbraccia la chitarra si staglia sul fondale del palco e lo rivela per il
gigante che è: davanti a ottomila spettatori Bob Dylan in concerto al Palavobis, seconda tappa italiana
(dopo Piazza Grande a Modena, sabato sera, 6 mila fan) del tour europeo cominciato il 5 maggio a Zurigo,
si riafferma uno degli artisti rock più grandi. Ottenendo un successo caldo e sincero. Per niente all’insegna
della nostalgia e del pacifismo scontato.
Altro che decotto, altro che sfiorito, altro che sorpassato. Tutto si può dire (ri)vedendolo live in scena tranne
che sia un genio quasi sessantenne in disarmo, che fa tristezza vedere sul palco. E le migliaia di persone
presenti (a Milano non un tutto esaurito eclatante, ma che importa?) nelle varie città d’Europa - fans di tre
generazioni, dai 14 ai 50 anni - lo testimoniano, di volta in volta, sognando e cantando all’unisono con lui.
Tanto negli anni Novanta Dylan live era sembrato stanco e annebbiato, annoiato e provato anche dalla
forza storica del suo talento (nonché dai sintomi di una gravissima infezione virale, la istoplasmosi che lo
ha costretto al ricovero nel maggio ’97), anche al cospetto del Papa a Bologna nel settembre ’97, quanto
oggi risulta vitale e lucido, allegro, ironico e a tratti malinconicamente introspettivo, ma sempre
straordinariamente divertito nel fare la sua musica che storicamente combatte ogni pregiudizio. In scena
ciondola, saltella, senza mai concedere facili sorrisi di circostanza. Così com’è nel suo stile. Coinvolge ed
emoziona anche se non rivolge alla platea quasi neanche una parola di saluto.
Se mai fosse «morto», è sicuramente risorto. Integro nel talento e nella volontà di non parlare se non
attraverso le canzoni. Sempre avanti rispetto alle mode musicali e alle consapevolezze sociali, combinando
poesia, armonia, melodia e provocazioni intellettuali.
In concerto il cinquantanovenne Bob Dylan propone una ventina di canzoni, in due ore tirate senza pause.
Privilegia gli anni Sessanta e Settanta («To Ramona», «Desolation row»), quasi dimentica gli Ottanta e
poco pesca dai Novanta. Dapprima in versione acustica, poi elettrico, nel finale di nuovo acustico.
A ogni occasione si reinventa, scegliendo dal suo sterminato repertorio che segna quattro decadi ciò che
più è in sintonia con l’umore della serata. Cosa che lo conferma eccelso artigiano dall’approccio emotivo e
umile piuttosto che superstar dell’industria pop/rock. Rende palpabile il suo grande amore per la gente
comune e la musica popolare americana, per le radici del country, del folk e del rock. Nei movimenti, poi,
con le ginocchia che battono il tempo unendosi a x, ricorda Elvis Presley; e incarna a tratti Chuck Berry,
Hank Williams... Alla chitarra o a volte all’armonica torna ad essere il grande solista che lo ha fatto entrare
nel mito.
Attacca con un pezzo tradizionale del folk americano. Ieri a Milano, così come l’altra sera a Modena, ha
scelto «Duncan and Brady», che sprigiona atmosfera da festa di piazza. In tribuna anche tre degli Oasis:
Alan «Whitey» Whitw, Andy Bell, Gem Archer. La band che lo accompagna gira al cento per cento, a volte
il mandolino lascia posto alla chitarra e il basso al contrabbasso. E lui non «mastica» più rendendo
irriconoscibili i suoi brani più famosi. Ma li fa risplendere in tutta la preziosità degli accordi e delle parole
che confermano la sua visione del mondo, forte, creativa, disincantata. Come nel caso di «Like a rolling
stone». Finale eclatante con la mitica «Blowin’ in the wind».
Bob Dylan sarà in concerto domani a Firenze, mercoledì ad Ancona, il 2 giugno a Cagliari. Dopo l’Europa lo
attendono gli States: 30 tappe, cominciando il 16 giugno da Portland.
Gloria Pozzi



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