New Morning Acetates
and Sessions Remastered
di Paolo Vites


Come sa chiunque abbia avuto la bontà di leggere il mio libro "Bob Dylan 1962/2002
40 anni di canzoni", New Morning è un disco che non sopporto.
Lo considero peggior passo falso di Dylan, tra quelli che contengono solo materiale autografo (per intenderci: Self Portrait e Down in the groove sono ancor peggio, dal punto di vista discografico, ma quelli contengono per la maggior parte cover).
Ma ascoltare le versioni dei "New Morning Acetates" è stata per me una graditissima sorpresa.
Si tratta di tutto il disco ufficiale, cioè i medesimi brani contenuti nel New Morning uscito nel 1970, ma con un mixaggio leggermente diverso, e le canzoni ci guadagnano: la voce è più nitida, più presente, insomma maggiormente in primo piano; il coro femminile (orribile, non perché non mi piacciano i cori soul o gospel, anzi: in Street Legal o Slow Train Coming sono fantastici ma qui il cantato sembra quasi una parodia dei cori black) è meno in primo piano, come avrebbe dovuto essere, leggermente più nascosto: brani come The Man in Me ne guadagnano enormemente.
Il piano è anch'esso più presente: Winterlude diventa quasi accettabile, perché praticamente sembra di ascoltare il solo Dylan al pianoforte.
Ma queste sono sottigliezze: la vera chicca di queste registrazioni sono le outtake.
Innanzitutto un brano che finirà poi su Self Portrait (come si sa, alcuni dei brani finiti su quel disco furono registrati durante le stesse session che poi avrebbero dato vita a New Morning).
Parlo di Gotta Travel On. Un pasticcio, la versione su Self Portrait, un piccolo capolavoro questa versione.
Dylan è spiritato, canta benissimo, con foga e passione, come un treno lanciato a grande velocità. Le percussioni sono in primissimo piano e danno al tutto un ritmo vorticoso, mentre il dobro e le chitarre ricamano senza esagerare linee di purissimo country blues. Splendida.
In questa raccolta ci sono anche It Hurts Me Too e Alberta, però le medesime di Self Portrait ancorché con un mixaggio leggermente diverso.
Quindi una versione solo voce, basso e pianoforte elettrico (attenzione: piano elettrico, non organo Hammond o tastiere elettriche come quelle che usa Dylan oggi dal vivo; il piano elettrico si usa normalmente nel jazz e qui lo suona, si capisce dalla tecnica, Al Kooper) di Went to see the gypsy.
Il risultato è da brivido. Il brano originale è il mio preferito da New Morning, una buona rock ballad anche se sembra interrompersi a metà.
Qui sembra di essere dalle parti di Man in the long black coat, il senso di isolamento, di angoscia, di brivido è il medesimo.
Dylan canta, come se si trovasse da solo di fronte alla luna, una spettrale melodia bluesy dagli effetti agghiaccianti, e il piano elettrico ricama con una bellezza lancinante.
L'altra outtake di New Morning è una versione solo pianoforte, slide e violino di If Not For You.
Un altro brano che trovo insopportabile su New Morning, qui diventa un altro lamento di solitudine bluesy: il violino è a dir poco affascinante; Dylan si attacca al suo pianoforte come se fosse l'unica cosa rimastagli al mondo e la slide ricorda quella che si sente in dischi degli Stones come "Sticky Fingers".
Quindi Dylan tenta una rilettura: Tomorrow is a long time, esistente solo in una formidabile versione dal vivo del '63, diventa qui un blues hardcore.
Dylan stravolge letteralmente la splendida melodia folkie dell'originale e, accompagnato da una rovente slide guitar, da un coro femminile, piano, basso e batteria, cavalca il blues come solo lui sa fare. Incredibile.
Stupendo. Peccato che il New Morning che sarebbe uscito contiene ben altro materiale, dell'innocuo country pop che... ma già lo sapete.


Paolo Vites


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