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La Naspi può essere pignorata? - (maggiesfarm.it)
I percettori della Naspi da sempre si chiedono se il loro sussidio può essere pignorato o meno. Oggi risponderemo a questa domanda
La disoccupazione involontaria rappresenta una realtà difficile per molte persone, specialmente in tempi di crisi economica. In Italia, il sussidio per i disoccupati, conosciuto come NASpI (Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego), offre un supporto cruciale a chi ha perso il lavoro. Tuttavia, la questione del pignoramento dell’assegno di disoccupazione è un argomento delicato e spesso frainteso. In questo articolo, esploreremo la possibilità di pignorare tale indennità, le normative vigenti, i limiti imposti dalla legge e i diritti dei beneficiari.
Prima di approfondire il tema del pignoramento, è fondamentale chiarire le condizioni necessarie per avere diritto alla NASpI. Questo sussidio è riservato ai lavoratori che:
- Hanno perso involontariamente il lavoro: Ciò include licenziamenti per motivi economici, cessazione dell’attività e dimissioni per giusta causa, come il mancato pagamento dello stipendio o situazioni di mobbing.
- Si registrano come disoccupati: È necessario che il lavoratore si registri presso i servizi competenti.
- Possono dimostrare un periodo di contribuzione: È richiesta una contribuzione di almeno 13 settimane nei 4 anni precedenti l’inizio della disoccupazione, oltre a 30 giornate di lavoro effettivo nell’anno precedente.
Queste condizioni evidenziano come la NASpI non sia solo un aiuto temporaneo, ma un diritto da garantire a chi si trova in difficoltà.
Il pignoramento dell’assegno di disoccupazione
Molti si chiedono se un creditore possa pignorare l’assegno di disoccupazione. La risposta è affermativa, ma con importanti limitazioni. La legge stabilisce che il pignoramento può avvenire, ma deve rispettare il “minimo vitale”, ovvero una somma necessaria per garantire la sussistenza del debitore.
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Il pignoramento può avvenire direttamente da parte dell’INPS prima che l’assegno venga accreditato sul conto corrente del beneficiario. In questo caso, è possibile pignorare solo la parte dell’assegno che supera un certo limite, definito dal codice di procedura civile. La somma non pignorabile corrisponde all’assegno sociale aumentato della metà. Ad esempio:
- Se l’assegno sociale è pari a 672,10 euro, il minimo vitale è di 672,10 euro.
- Se l’assegno di disoccupazione è di 1.000 euro, si possono pignorare solo il 20% della parte eccedente, ovvero il 20% di 327,90 euro.
In questo modo, la legge protegge i diritti dei disoccupati, garantendo loro un livello minimo di vita anche in situazioni economiche difficili.
Quando l’assegno di disoccupazione è già stato accreditato sul conto corrente, le regole cambiano. Secondo una sentenza della Corte Costituzionale del 2015, in questo caso il pignoramento è possibile sulla totalità delle somme presenti sul conto. Tuttavia, una riforma successiva ha stabilito che le somme già accreditate sono pignorabili solo per la parte che supera il triplo dell’assegno sociale, attualmente fissato a 538,68 euro.
Ad esempio, se un disoccupato ha sul conto 2.000 euro, può essere pignorata solo la differenza tra 2.000 euro e 1.616,04 euro (triplo dell’assegno sociale), il che significa che il pignoramento si applica solo a 383,96 euro.
È fondamentale che i disoccupati siano consapevoli dei propri diritti. La legge italiana stabilisce che il pignoramento non può compromettere la capacità di una persona di soddisfare le esigenze primarie. Questo principio è sancito dall’articolo 38 della Costituzione, che garantisce ai lavoratori mezzi adeguati per una vita dignitosa.
In caso di pignoramento, i disoccupati hanno il diritto di contestare l’atto, comunicando con il proprio legale o con l’assistenza di associazioni di categoria. È importante raccogliere tutta la documentazione necessaria e, se necessario, intraprendere azioni legali per tutelare i propri diritti.